Chi siamo

 

La famiglia dei Padri e Fratelli Maristi si chiama Società di Maria.

Le origini. Il momento storico

L'inizio del 1800 fu un momento molto difficile per la Francia: nel volgere di neppure tre decenni si succedono l'esperienza della Rivoluzione, dell'Impero napoleonico e della Restaurazione. L'ondata rivoluzionaria aveva travolto tutto: le istituzioni politiche, economiche, sociali. Anche la Chiesa non era sfuggita alla devastazione: ci furono persecuzioni, condanne, tradimenti, vittime...

In seguito a questi avvenimenti molti avvertirono il bisogno di riportare il popolo di Dio ai valori del Vangelo e di ridare speranza a tanti che si era allontanati dalla pratica dei sacramenti. Non era questione di ripristinare semplicemente il passato. Ogni persecuzione, per la Chiesa, è anche occasione di purificazione. Occorreva dare agli uomini una percezione nuova del loro essere cristiani. E questo poteva avvenire soltanto attraverso l'esperienza di una Chiesa che non fosse alleata dei potenti, ricca e su posizioni di privilegio.

La promessa di Fourvière

In questo clima di novità era cresciuto e si era formato un giovane prete della diocesi di Lione, Jean Claude Colin, che sarà il fondatore della Società di Maria.

Nato nel 1790 a Saint-Bonnet-le-Troncy, un piccolo paese a nord di Lione, era entrato nel seminario della diocesi manifestando subito un grande amore verso la Vergine. Insieme ad un piccolo gruppo di amici seminaristi, incominciò a pensare ad una nuova Congregazione religiosa che, assumendo lo stile di vita proprio di Maria, riportasse gli uomini a Gesù e alla Chiesa.

Il 22 luglio 1816 questi giovani seminaristi vennero ordinati preti. Il giorno dopo l’ordinazione si recarono insieme al Santuario di Fourvière, sulla collina lionese, e davanti all’immagine della Vergine fecero la solenne promessa di consacrare la propria vita alla realizzazione di questo progetto: fondare una nuova congregazione religiosa, la Società di Maria. I suoi membri si sarebbero chiamati Maristi.

Vent’anni di speranze e delusioni

Jean Claude Colin restò fedele alla promessa di Fourvière e si mise al lavoro con passione ed entusiasmo. Inviato come viceparroco a Cerdon, nella diocesi di Belley, insieme al fratello Pietro, anch’egli prete, iniziò a lavorare per realizzare il suo sogno.

Trascorse lunghe notti a redigere le Costituzioni; cercò di coinvolgere altri preti amici; si mise in contatto con Vescovi e Cardinali e scrisse anche al Papa. Ma le cose non erano ancora mature.

Per ben vent’anni Jean Claude Colin perseverò nel suo intento nonostante gli insuccessi: Maria gli aveva ispirato quel progetto e per nulla al mondo lo avrebbe abbandonato.

Quando il Vescovo di Belley, Mons. Devie, gli permise di formare una piccola comunità di tre confratelli nel seminario della sua diocesi, sembrò quasi che il momento tanto sospirato della nascita del progetto fosse arrivato. Si misero a predicare con instancabile zelo nelle zone impervie e montagnose del Bugey, collaborarono nella conduzione del seminario, si prestarono per aiutare i parroci... Ma la prospettiva dell’approvazione restava lontana.

Le missioni di Oceania

In quel periodo, una delle più grandi preoccupazioni di Papa Gregorio XVI era l’evangelizzazione dell’Oceania, il continente nuovissimo finito di scoprire dagli europei solo alla fine del 1700. Questo immenso territorio, costituito da migliaia di isole disperse nell’Oceano Pacifico, veniva ad essere un grave problema missionario.

Ma a chi affidarlo? Chi avrebbe potuto affrontare questa impresa?

Per vie provvidenziali la cosa fu risaputa da Jean Claude Colin, il quale dichiarò immediatamente la disponibilità della Società di Maria (che ancora non esisteva ufficialmente) ad assumersi l’impegno dell’evangelizzazione dell’Oceania.

Fu proprio questo gesto di coraggio e di disponibilità che rimosse tutti gli ostacoli precedenti. Ciò che non fu possibile ottenere in venti anni, lo si ebbe nel giro di pochi mesi. Quattro date dell’anno 1836 diventarono così fondamentali per la storia della Società di Maria.

Anno 1836
 

  • 10 gennaio Papa Gregorio XVI affida alla Società di Maria (non ancora ufficialmente approvata) le missioni dell’Oceania.
  • 29 aprile  La Società di Maria viene ufficialmente approvata da Roma.
  • 24 settembre I primi venti maristi emettono i voti di povertà, castità e obbedienza, e Padre Jean Claude Colin viene eletto Superiore Generale.
  • 24 dicembre Parte per l’Oceania il primo gruppo di missionari Maristi. Sono otto. Fra di loro c’è anche Padre Pietro Chanel, che sarà il primo martire del continente oceaniano.

Presentazione

Siamo un ordine religioso nato in Francia nell’Ottocento con il fine, in primo luogo, di condurre un genere di vita che fosse un preciso modo di rapportarsi a Cristo, di imitarlo, di lasciarsi inviare da Lui a portare la sua Parola per le vie del mondo.

Fondatore è stato un presbitero, Giovanni Claudio Colin, che ha voluto fondare una Congregazione di stile apostolico e cioè che imitasse il genere di vita degli apostoli e della Chiesa primitiva radunata attorno ai Dodici.

Due intuizioni del P. Colin sono alla sono alla base della nostra vita:

          1.  la vita nascosta ed umile di Gesù

          2.  la presenza di Maria nella Chiesa nascente.

Abbiamo aperto questo sito per mettere in comune ciò che il Signore ci ha donato, per presentare la possibilità di vivere la sequela di Cristo avendo di fronte come figura ideale Maria, la donna di fede e prima discepola.

Ci proponiamo dunque:

di offrire un servizio di Vita, di condividere i nostri ideali e valori, di presentare dei percorsi di spiritualità, di cercare di leggere insieme la vita e la storia alla luce della fede, di confrontarci su problematiche di rilievo.

Desideriamo dunque presentare ai visitatori del sito momenti di sensibilizzazione, di crescita, di condivisione e per questo abbiamo attivato dei forum e dei sondaggi, utilizzabili allo scopo.

Vi siamo grati di averci letto e vi diamo il benvenuto.

 

I Padri Maristi approdarono a Brescia nel 1927 chiamati da mons. Gaggia a dirigere il Pensionato scolastico vescovile (il futuro "S. Giorgio") sito allora in via F.lli Bronzetti.

Lasciata la conduzione del Pensionato nel 1934 i P. Maristi affittarono uno stabile in via Campo Marte n. 34 e dettero inizio all'attività del "S. Maria".

Inizialmente l'opera funzionava esclusivamente come Convitto. Poi nel 1949, si ottenne la legalizzazione della scuola media e il permesso per la scuola elementare. Le elementari furono soppresse nel 1959, mentre nel 1971 cessò l'attività della media la cui parifica venne ceduta al seminario diocesano.

 

 
 

In seguito il "Santa Maria" è stato adibito esclusivamente a Convitto, fino al 1981, anno in cui ha cessato l'attività.

Conclusa l'esperienza del Convitto, i Padri Maristi hanno dato origine a due attività:

- in via Belvedere 22 (zona sud) fu avviata l'esperienza di una casa-famiglia (promozione vocazionale);

- in Vicolo Manzone 7 (zona centro - quartiere Carmine) una serie di attività di carattere sociale, con minori e giovani del quartiere.

 

 
 I padri Maristi iniziarono il loro ministero a Pratola Peligna nel 1924 chiamati dal vescovo di Sulmona: sin dall’inizio si occuparono del Santuario della Madonna della Libera e della vita liturgica della comunità pratolana.
 Nelle parrocchia esistono vari gruppi di laici: Azione Cattolica, San Vincenzo, Gruppo Giovani, Cammino Neocatecumenale, Confraternita della Trinità, Confraternita di Sant’Antonio e Laicato Marista. 

 

 

 Oltre le attività di catechesi in preparazione ai sacramenti, esiste anche un gruppo biblico di riflessione sulla parola di Dio e un gruppo di preghiera. Importanti per la vita parrocchiale sono i momenti liturgici e di festa patronale. La festa patronale è quella della Madonna della Libera, nella prima domenica di maggio. Essendo uno dei più importanti santuari d’Abruzzo, e sicuramente quello più importante dedicato a Maria, le liturgie della festa Patronale sono seguita da quelle dell’Ottava e precedute da un triduo di preparazione. Segno di fede ancora viva è il pellegrinaggio di vari paesi al santuario della Madonna della Libera. Quello di Gioia dei Marsi viene compiuto a piedi secondo l’antica tradizione.
Il paese di Pratola Peligna ha ufficialmente due parrocchie gestite entrambe dai PP. Maristi: la parrocchia della Madonna della Libera e quella di San Pietro Celestino.

 

Santuario Maria SS. della Libera - La leggenda

 

 Pratola è nota - e non soltanto nell'ambito territoriale peligno - come "il paese della Madonna". L'origine del culto verso Maria, qui profondamente radicato, trae origine dal leggendario rinvenimento di un quadro raffigurante la Vergine in atto di proteggere i devoti, fra cui il papa Celestino V, trepidamente raccolti sotto il suo manto. Il quadro si conserva nel Santuario, in una cappella apposita

 

 

 A trovarlo, agli inizi del 1500, sarebbe stato un tal Fortunato che, malato di peste, si era rifugiato tra i ruderi di una antica chiesetta campestre, nella borgata Torre, dipendenza del Comune di Pratola, alle falde del monte Cerrano, per attendere in un luogo sacro l'ormai prossima fine. Addormentatosi, vede in sogno una Donna bellissima, vestita di rosso e con un manto celeste, che si presentò come "Liberatrice", assicurando l'immunità dalla peste per lui e per tutto il popolo di Pratola.
 Lo stupefatto Fortunato, svegliatosi, intravide tra le macerie un occhio che lo fissava; scavò e vide affiorare via via una figura divina, che gli fece esclamare con fede: "Madonna, lìberaci". Informata del fatto, la gente accorse raccogliendosi in preghiera. Poi fu deciso di portare l'immagine in paese, con un carro trainato da buoi. A questo punto, sarebbe sorta una contestazione da parte dei vicini sulmonesi (forse per l'incerta collocazione territoriale del luogo del ritrovamento), che volevano per sé la prodigiosa immagine. Si decise allora di risolvere la contesa, lasciando ai buoi la scelta del luogo verso cui dirigersi. I sulmonesi attaccarono al carro sette paia di animali, ma il carro non si muoveva. Si mosse, invece, al tiro dei soli due buoi attaccati dai pratolani, dirigendosi verso Pratola e fermandosi (anzi 'impuntandosi', secondo uno stereotipo ricorrente) nel posto in cui poi sorse il Santuario.

 

 

 

 Per la sistemazione della miracolosa immagine (cm.106 x 170, senza il riquadro), nel 1540 fu edificata una cappella, restaurata nel 1587. Non tardò molto che la cappella si rivelò insufficiente di fronte all'espandersi del crescente culto mariano, per cui si rese necessaria la costruzione di un tempio adeguato all'afflusso dei pellegrini, attratti dai prodigi effettuati dalla Madonna; per questo, nel 1851, il vescovo sulmonese Mario Mirone con una solenne manifestazione benedisse la prima pietra del meraviglioso tempio che ancora oggi ammiriamo. Il complesso sacro era stato ideato dall'architetto Eusebio Tedeschi (Pratola, 1815 - Napoli, 1848), assai noto negli ambienti napoletani; esso fu realizzato dopo essere stato messo da parte in un primo momento, per il presunto eccessivo costo di realizzazione. Tutto il popolo pratolano contribuì, in un modo o nell'altro, al progresso dei lavori, sull'esempio dato da don Domenico Santilli, parroco dell'epoca, che dalle falde del Morrone trasportò a spalle un pesante sasso fino a Pratola. Non si conosce la data esatta della conclusione dei lavori, ma essa può essere posta intorno al 1860 dal momento che la data 1858 compare incisa su una pietra dei muri più alti della facciata. Inoltre è documentato che nel 1863 il Parroco di Castelnuovo, Don Francesco Tozzi vi predicò il Quaresimale.
 Nella chiesa oggi c’è una cappella dedicata alla Madonna della Libera, che, oltre al quadro originale della Madonna, ospita anche la statua risalente al 1741 e realizzata - pare - nella vicina Badia di Santo Spirito del Morrone, comunque donata al Santuario pratolano da quei Monaci Celestini. Questa statua, che viene portata in processione in occasione della festa di maggio, è stata oggetto di atti sacrileghi come la spoliazione degli ori nel 1978 (subito rimpiazzati e ad abundantiam dalla devozione dei fedeli), ma anche di attenzioni delicate. Una di queste è costituita dal ricamo prezioso della veste (opera di Barbara Micarelli, fondatrice della Congregazione delle Francescane Missionarie di Gesù Bambino), usata fino al 1982, quando venne sostituita da una veste, offerta da Domenico Di Benedetto. Parimenti dedicato è stato il gesto che ha consentito la sostituzione della consunta vecchia capigliatura della statua con una nuova, formata con i capelli offerti dalle giovani donne pratoline.  

Chiesa San Pietro Celestino

 

 

 

 

 La Chiesa madre di Pratola Peligna, è quella dedicata a San Pietro Celestino, sorge nel centro del vecchio abitato detto "dentre la terre", presso il castello De Petris; una piazzetta la divide da un ex convento, oggi adibito ad asilo infantile.

 Nella prima campata, invece, notiamo lo stipo del fonte battesimale, riquadrato da architrave, stipiti e piedistalli di pietra scolpita e decorata con candelabre e mascheroni rinascimentali. Nelle due basi, evidentemente posposte, compare una iscrizione riportata alla luce nel 1980 dalla Dottoressa Enrichetta Santilli:  

 

HOC OPUS FIERI FECERUNT DOMINICUS AMICI COLELLE
ET ANDREAS SANCTE CRUCIS
PROCURATORES DE ECC(LESIE) AD 1545.
(DOMENICO DI AMICO COLELLA E ANDREA DI SANTA CROCE
PROCURATORI DELLA CHIESA FECERO FARE
QUESTA OPERE NELL' ANNO DEL SIGNORE 1545).

 

   Sicuramente è questa la data più antica rinvenuta all'interno della Chiesa, sulle cui origini abbiamo pochissime notizie. Ma la pianta di tipo basilicale e le ampie arcate tradiscono una costruzione precedente al 1545. Sappiamo che Celestino V fu canonizzato nel 1313, ne consegue che la chiesa a lui dedicata è posteriore, per cui all'interno del Castrum prima di questa data doveva esisterne una diversamente intitolata. Questa tesi è suffragata da una epigrafe in caratteri gotici murata da qualche parte sulla facciata e oggi scomparsa. L'epigrafe informava come nel 1228 Gualtiero d'Ocre, Vescovo di Valva fece compiere l'Opera, cioè la Chiesa, da Giustino muratore.

 

Sito parrocchiale

 

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