LA SPIRITUALITA’ MARISTA
(PIU’ PARTICOLARMENTE LA SPIRITUALITA’
COLINIANA)
E’ UNA GRANDE SPIRITUALITA’?
di Mariolina Tenace
Piano della conferenza:
1. Introduzione: commento al titolo proposto come una provocazione
Colin...
- Colin, uno sconosciuto per molti. Non è un "grande maestro spirituale"?
- Colin un riferimento non sempre evidente per i maristi stessi. Buon segno. Il suo desiderio di restare sconosciuto è stato esaudito. La verità del fondatore corrisponde alla sua scomparsa come modello.
I grandi maestri spirituali...
E perché non i "piccoli maestri spirituali"...
La spiritualità e le spiritualità...
Umiltà-grandezza
Umiltà-kenosi
Umiltà-verginità
Umiltà e preghiera per i peccatori
Spiritualità come saggezza di vita.
Uomo spirituale, uomo unificato in un mondo esploso.
Un nuovo stile di vita...
Jean Coste afferma che Giovanni Claudio Colin è un uomo poco facile, che non esercita un potere di seduzione, ma "rappresenta più un ostacolo che un aiuto e la nostra reazione spontanea è piuttosto lo sforzo di salvarlo, in qualche modo, estraendo dalla sua vita e dalle sue parole, uno "spirito" capace di sopravvivergli e avente un senso per noi". Invitata a questo colloquio per delle voci che la Divina Provvidenza sola dispone, (poiché io non conoscevo i Maristi prima di incontrare P. Lessard), io non ho alcun motivo di salvare Colin né di estrarre dai suoi scritti o dalla sua vita, in maniera artificiale uno "spirito", una spiritualità capace di sopravvivergli. Io ho tuttavia preso sul serio l’invito a conoscerlo e a situarlo nella costellazione degli uomini che Dio ha dato alla Chiesa perché sia conosciuto il suo amore. "Non si parla mai abbastanza dell’amore di Dio" diceva Colin. Questa frase letta nelle prime pagine degli Entretiens Spirituels mi hanno dato il tono maggiore di questo uomo-fondatore dal destino tutto sommato così modesto.
Il titolo proposto per questa conferenza assomiglia a una provocazione, sotto parecchi punti di vista:
Colin...
- Colin, uno sconosciuto per molti. Egli non è allora "una grande maestro spirituale"?
- Colin il cui motto era "sconosciuto
e nascosto". Colin, non è un punto di riferimento sempre evidente
e compreso tra i Maristi stessi. Non è un buon segno? Il suo desiderio
di restare sconosciuto è stato esaudito. La sua verità di
fondatore corrisponde al suo oscuramento come modello. Ecco un vero "maestro"
spirituale in cui la dottrina e la vita si corrispondono.
I grandi maestri spirituali... E perché non i "piccoli maestri spirituali"...
Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Teresa di Lisieux, Fratel Charles de Foucauld... Perché sono considerati grandi? Perché essi hanno dato alla Chiesa una "manifestazione", una "concretizzazione", un "modello" di come vivere il Vangelo nella Chiesa così com’essa è. Essi hanno reso il Cristo presente tra gli uomini e le donne del loro tempo. E tuttavia guardando a questi grandi modelli si può dire della maggior parte di loro (salvo, forse, per S. Ignazio) che essi sono stati piccoli durante la loro vita. Non si dice di Teresa "la piccola Teresa" e di Charles de Foucauld "l piccolo fratel Charles"?. E il desiderio di S. Francesco non era di farsi piccolissimo, come il Dio molto piccolo nella mangiatoia che è l’umanità?
Come religiosi e cristiani bisogna sbarazzarsi delle misure mondane della grandezza: il più piccolo secondo la misura del mondo non sarà il primo nel Regno di Dio? Come Giovanni Battista che si amerebbe che il Signore dichiarasse grande invece di dire che il più piccolo, nel nuovo Regno, è più grande di Giovanni Battista. Le nostre misure di efficacia, di celebrità e anche di perfezione e di santità sono pericolose. Se si trattasse soltanto di grandezza, la vocazione di definirebbe soltanto a partire dall’attrazione che esercitano certi uomini perfetti. Ora, non è così: come l’esperienza e la teologia ci insegnano, la vocazione è una chiamata di Dio che non rispetta per forza i nostri gusti, ma ce ne suggerisce di nuovi con la chiamata. Più che alla perfezione sovente è all’imperfezione e all’impotenza che Dio affida dei compiti. I fondatori stessi si sentono spinti per una necessità missionaria, dai segni dei tempi che oltrepassano la conformità a modelli già esistenti per proporne degli altri, talvolta veramente nuovi, talvolta semplicemente un poco differenti... Andate a spiegare ad un occhio profano perché tante congregazioni maschili, ognuna riconoscendo san Francesco per santo, abbiamo avuto dei fondatori così diversi. E perché tanti congregazioni mariane? E perché tanti fondatori formati dalla compagnia di Gesù e che non sono gesuiti? Comboni, per esempio, recentemente beatificato. Perché non si è fatto gesuita? Come gesuita non poteva seguire i passi dei grandi missionari e lavorare per l’Africa?
C’è dunque presso i fondatori qualche cosa che ci indica che bisogna spostare l’accento dalla figura dei grandi maestri spirituali a quello che semplicemente significa essere un uomo spirituale che ha per modello il Cristo e per passione la Chiesa e la salvezza degli uomini, che progredisce nell’amore e diviene per questo modello per tutti i cristiani che vogliono realizzare pienamente la loro vocazione di figli di Dio. "L’Uomo Spirituale non è altro che un cristiano eccellente, che per conseguenza possiede più abbondantemente e più profondamente di altri quello che costituisce l’Uomo Cristiano, cioè lo Spirito di Gesù Cristo".
I fondatori, grandi o piccoli maestri spirituali, sono dei modelli da imitare in questo: essi hanno lasciato l’amore di Dio essere più potente nella loro vita che la potenza del peccato, del cattivo carattere, delle passioni. Essi sono talvolta riconosciuti come santi, talvolta no. Tutto sommato, cosa importa. Non è sulla loro santità che noi costruiamo la nostra vita, non è ad essi che noi doniamo la nostra vita, non è da essi che noi aspettiamo la salvezza, ma dal Cristo risuscitato che ci ha promesso di assumerci con lui nel lavoro della messe del Regno... La spiritualità è un mezzo per "seminare nello spirito" per raccogliere nella vita futura "i beni spirituali". E’ interessante che presso alcuni autori del passato, per esempio san Bonaventura, il termine spiritualità si applichi alla qualità del corpo risuscitato. Infatti è il senso di tutta la vita nello Spirito: vivere già da quaggiù la realtà della vittoria sulla morte.
Riconoscendo tutta l’importanza dei grandi maestri spirituali, per esperienza noi potremmo dire che la vocazione procede parimenti dal lato grande che dal lato piccolo dello Spirito. La vocazione sorge grazie a degli avvenimenti, delle persone, delle situazioni inattese, grazie alla simpatia per una persona che non sarà forse mai dichiarata santa, un fratello, un padre, un confessore, un insegnante, un catechista... qualcuno che ci ha parlato del Cristo, che ci ha condotto verso l’amore per gli altri... senza altro carisma che quello della fede e della testimonianza. Bisogna fare attenzione all’eccessivo entusiasmo per i leader carismatici, la fiducia cieca verso i carismi degli altri. Quello che ci è chiesto è di orientare la nostra vita e la storia verso la venuta del Regno di Dio che ha i suoi segni: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi sentono, altrettante espressioni che dicono che l’uomo è rimesso in piedi, riabilitato nella possibilità di una relazione corretta. In tutta la spiritualità l’accento è messo sulla realizzazione: "La vita spirituale ricrea l’uomo in tutto ciò che egli è... lo Spirito rinnova l’uomo in tutte le sue dimensioni". Ecco quello che conta, direbbe san Paolo, essere una creatura nuova. "Bisogna rifondere tutto nella fede. Bisogna che la vostra vita passi attraverso una grande purificazione per rivestire la vita nuova... E’ la fede quello che ci occorre. La vita di Fede!".
Grande e piccolo non si distinguono più: la novità della fede è la vera misura della grandezza.
Quello che ha falsificato i criteri della grandezza attorno alla spiritualità è la confusione tra spiritualità che designa una maniera di vivere il vangelo e spiritualità che designa una maniera di concepire l’esistenza e di teorizzare questa concezione. Certamente la spiritualità ignaziana è una grande spiritualità che ha creato una cultura (attraverso l’insegnamento), una maniera di formare le coscienze (gli esercizi spirituali), di comprendere la storia (attraverso l’elaborazione di un ordine attivo e contemplativo insieme), di prendere le decisioni in rapporto all’autorità (attraverso la pratica del discernimento personale), ecc.
Accanto, Charles de Foucauld non
sarebbe che un piccolo maestro? Colin lo stesso? Ma che Dio sia benedetto
per la grandezza di questi piccoli maestri!
Ogni spiritualità è grande per mezzo dello Spirito o non è.
Noi potremmo alla fine di questa introduzione riflettere sulla definizione di "spiritualità" al fine di comprendere meglio quello che significa la distinzione tra la spiritualità (vita nello Spirito che non può essere che lo stesso e il solo Spirito Santo intorno all’unico Gesù Cristo), e le spiritualità, applicazioni particolari dell’unica spiritualità del vangelo dello Spirito e del Signore Gesù Cristo, applicazioni operate da degli uomini "spirituali" nelle condizioni storiche che illustrano differenti spiritualità. Spiritualità significa incarnazione dello Spirito, vita nello spazio e nel tempo degli uomini e di Dio. Da qui derivano i due scopi che tengono insieme ogni spiritualità: lo Spirito eterno di Dio, sempre lo stesso, lo Spirito incarnato nell’uomo, sempre nuovo. Continuità e novità sono le antinomie dello Spirito, la sua tensione, la sua sfida.
La spiritualità di Colin è una grande spiritualità? Sì. Perché questo uomo ha risposto all’appello di Dio. Sì, perché questa spiritualità ha portato dei frutti spirituali. Sì, perché ha seminato dei germi di santità nella Chiesa. Sì, perché si riallaccia alla grande tradizione confermata dalla Chiesa nel corso dei secoli rispetto alla spiritualità mariana quanto alla mistica e rispetto alla spiritualità ignaziana quanto alla missione. Ma questa grandezza non può servire a nient’altro che a lodare Dio, non può in ogni caso proteggere contro l’appiattimento della vita spirituale dei suoi membri, né impedire che la storia della salvezza continui attraverso altri appelli di Dio. Colin ha detto delle parole molto lucide a riguardo: "Ogni secolo ha visto nascere degli ordini. Dio li fa nascere per i bisogni del momento. Ogni ordine ha la sua vocazione, la sua missione, il suo tempo. Leggendo la storia della Chiesa, vediamo che ne sono nati in ogni secolo. Propriamente parlando, un corpo solo deve sussistere sempre ed è la Chiesa, che ha Gesù Cristo come capo; gli altri che come fondatori riconoscono degli uomini, non sono destinati a durare in eterno. Esaurito il compito per cui Dio li ha creati, cadono o, se restano ancora in vita, non più con lo splendore e la benedizione che avevano all’inizio...".
E’ il vangelo che resta la norma
per ogni tempo e per tutti i momenti che vive una congregazione. Per tutti
e per ciascuno, il criterio di autenticità d’una vera spiritualità
si trova appunto in questa capacità di morire e di testimoniare
la resurrezione, come persone e, perché no, anche come ordine...
Tra i frutti dello Spirito, questo colloquio si propone di portare la sua attenzione sull’umiltà. Si propone di considerare Giovanni Claudio Colin come maestro spirituale, concentrando l’attenzione sul tema dell’umiltà, unito in Colin allo spirito di fede e di preghiera, spirito di abnegazione dite voi e io aggiungerei di giusta relazione verso Dio (attraverso la cura messa nella preghiera) verso il proprio corpo (da cui il legame tra umiltà e verginità) con gli altri (umiltà come mortificazione dell’amore proprio e dell’orgoglio che "uccidono" l’amore, umiltà dunque come condizione per accogliere l’amore). La categoria che esprime meglio la grandezza in Colin, non è l’umiltà? La vita vissuta nella spiritualità dell’umiltà, ecco quello che definisce un aspetto specifico del carisma dei Maristi. Ma cosa significa umiltà nella spiritualità?
E’ la "madre, radice, nutrice, base e luogo di tutte le altre virtù" diceva san Giovanni Crisostomo. E anche san Basilio diceva che l’umiltà gode del primato nel dominio della salvezza come l’orgoglio nel dominio del peccato. Essa è un rimedio universale in favore della salvezza perché ci fa "evitare tutte le reti del nemico spiegate sulla terra". "Il diavolo può imitare ogni buona azione che noi potremmo fare, ma in fatto di amore e di umiltà, egli è autenticamente vinto". L’umiltà è una componente talmente fondamentale nella vita spirituale che non si saprebbe parlarne bene perché la si ridurrebbe facilmente ai suoi aspetti psicologici quando essa ha qualcosa di divino e di inafferrabile. "L’umiltà è come il sole. Noi non sapremmo dire veramente la sua virtù e la sua sostanza... noi ne giudichiamo attraverso i suoi diversi effetti e qualità". Più ancora che l’immagine del sole, è il riferimento a Cristo che svela il mistero dell’umiltà. Gli autori russi chiamano questa virtù kristopodrazatel’naia "colei che imita il Cristo".
La grandezza-umiltà
Conosco un autore russo, Vladimir Soloviev (1854-1900) che amava considerarsi "il basamento", "lo sgabello della saggezza divina". Anche per lui, scrittore e filosofo, la grandezza era altra cosa che una misura, una quantità, un paragone secondo criteri che non sarebbero quelli del vangelo. "Essere ispirato dall’alto. Guardare la vita dall’alto", cioè guardare la vita nella prospettiva capovolta di Colui che ci guarda, è il criterio della grandezza, della verità, della santità. "Egli fu veramente un grande uomo e potette guardare la vita dall’alto, perché la vita l’aveva fatto salire... Egli è grande perchè, essendosi elevato a dei nuovi gradi di altezza morale, non prese con sé, a questa altezza, una negazione orgogliosa e vuota, ma l’amore di tutto ciò che egli aveva superato".
"L’uomo veramente grande non si eleva alla sovraumanità" che " sul cadavere dei nemici che egli ha ucciso, cioè sulle sue proprie passioni personali", vittoria che testimonia la vita di preghiera, l’azione in favore dei più piccoli, la scelta di vivere il Vangelo fino in fondo, la capacità di amare senza misura.
L’umiltà era già stata descritta così da Gregorio di Nissa, una "discesa verso le altezze".
"Ah, quanto amo questa preghiera: Dio mio, fate grandi cose per mezzo mio! Si dirà: E’ orgoglio. Io dico invece: E’ umiltà. Poiché io sono nulla, Dio ha fatto il mondo dal nulla. Facendo quella preghiera riconosco il mio nulla e l’onnipotenza di Dio" 132-28.
L’umile è grande perché è capace di lasciar fare a Dio, di vedere Dio dovunque e in tutto, egli è ricco di Dio, è grande perché vive nella coscienza che Dio è grande e lo fa partecipare alla sua grandezza. "L’umile cammina nella grandezza, vive nelle meraviglie che lo superano". L’umile è un uomo capace di riconoscere la grandezza di Dio e degli altri, dell’uomo in generale. L’umile è un uomo ottimista e di buon umore. Umore, humour, umiltà... bisogna riflettere sul legame tra queste parole! Essendo ottimista nel realismo, l’umile è un essere capace d’amare.
Umiltà-kenosi
Uno dei fondamenti della spiritualità cristiana è la kenosi. Dio, dice san Paolo nella Lettera di Filippesi, o meglio Dio in Cristo, ekenosen, si è annientato, vuotato di se stesso, svuotato. Intuizione geniale: evocare Dio non nel linguaggio del pieno, ma in quello del vuoto. Il pieno conosce ricchezza, abbondanza, potenza. Lo svuotamento esprime tutto il mistero dell’amore. Dio si trascende verso l’uomo in un movimento inverso. Non è un Dio troppo pieno che schiaccia l’uomo, ma un Dio "svuotato" nell’attesa della nostra risposta d’amore.
L’aspetto della kenosi di Dio sposta i discorsi sull’umiltà dal livello psicologico al livello teologico. L’umiltà non è una virtù come le altre. Perché per alcune virtù io non sono obbligato, mentre l’umiltà obbliga. Soltanto l’amore resta, tutti gli altri doni spariscono. Se l’amore resta, l’umiltà resta perciò il fondamento e non un "optional" della vita spirituale. La dove c’è l’amore non può esserci il non-amore. Il non-amore ha un nome: "orgoglio". L’orgoglio si cura, ma non con l’umiliazione... le umiliazioni non curano gli orgogliosi del loro orgoglio. L’amore cura e spoglia ben di più!
Umiltà-Verginità
Parlare oggi della verginità è un soggetto delicato. Altre volte ci si nascondeva la faccia quando si parlava di sessualità, oggi ci si nasconde la faccia quando si sente parlare di verginità...
E se ci fosse un legame tra la difficoltà odierna di parlare di verginità e l’incapacità di valorizzare l’umiltà? Commentando l’annunciazione san Bernardo sottolinea che in Maria, la madre di Dio, la verginità è grande per la sua umiltà. Se noi vorremo imitarla è con l’umiltà che bisogna farlo...
"L’angelo Gabriele fu inviato da Dio a chi? Ad una vergine fidanzata ad un uomo di nome Giuseppe. Chi è dunque questa vergine così rispettabile che un angelo la saluta, così umile che è fidanzata ad un falegname? Bella lega quella della verginità e dell’umiltà. Piacque molto a Dio, questa anima nella quale l’umilità accresce la verginità e la verginità abbellisce l’umiltà. Ma di quale venerazione penserai degna quella la cui fecondità esalta l’umiltà? il cui parto consacra la verginità! Tu capisci che è vergine, tu capisci che è umile: se tu non puoi imitare la verginità che fu umile, imita l’umiltà che fu vergine. Virtù lodevole la verginità, ma l’umiltà è più necessaria. La prima è un consiglio, la seconda un precetto... La prima è ricompensata, la seconda è esigita. Perché, infine, tu puoi essere salvato senza la verginità, ma tu non puoi esserlo senza l’umiltà... Io oserei dire che senza l’umiltà anche la verginità di Maria non sarebbe di più... Dio ha guardato l’umiltà della sua serva piuttosto che la sua verginità. E se ha avuto di più a causa della sua verginità, è a causa della sua umiltà che ella ha concepito. Da qui risulta che è l’umiltà che ha reso piacevole anche la sua verginità. Cosa ne dice a te, vergine orgoglioso? Maria dimentica che è vergine per non gloriarsi che della sua umiltà e tu, tu trascuri l’umiltà per non lusingarti che della tua verginità... Se dunque tu non puoi che ammirare la verginità in Maria, applicati nell’imitare la sua umiltà, e questo ti basti. Ma se tu sei allo stesso tempo e vergine e umile, allora, chiunque tu sia, tu sei grande".
Umiltà e preghiera per i peccatori
Cosa significa pregare per i peccatori se non pregare anche per i propri peccati? Pregare in questo modo significa fare, noi, qualcosa in favore dei peccatori. Non soltanto dire a Dio di fare qualcosa per essi. Ma domandare a Dio di farci fare quello che lui vorrebbe fare... Fare che cosa? Fare in modo che il peccato abbia meno presa. Come? Al posto del peccato mettere l’amore. Santificare il mondo significa questo: rendere Dio presente, mettere lo Spirito là ove è rifiutato perché nel mondo ci sia più amore e che il peccato vi abbia meno posto. Pregare per i peccatori, è operare per la propria santità...
Questa preghiera per i peccatori è legata al fatto che Maria e la Società che porta il suo nome hanno la stessa attitudine, la passione di una madre che non può rassegnarsi a vedere perire i suoi figli, " la coscienza di dover lavorare alla conversione dei peccatori, di tutto pensare in termini di salvezza da procurare". "Tematica propria a Colin: il legame esistente tra il fatto di portare il nome di Maria e la coscienza di dover rincorrere quei suoi figli che si perdono; il legame tra questa responsabilità e la scelta di certi ministeri e il modo particolare di esercitarne alcuni". La maniera di fare "sconosciuti e nascosti", più femminile è più vicina anche alla maniera di agire dello Spirito Santo, che è il "volto sconosciuto di Dio", umile e nascosto nella creatura...
Da ciò sarebbe anche interessante approfondire il tema della maternità-paternità spirituale "per la salvezza dei peccatori" oggi. L’attenzione al fatto che ci sono dei bisognosi d’amore, peccatori o semplicemente stranieri a Dio porta a prendere coscienza dell’urgenza di creare delle relazioni spirituali da dove sgorga veramente la vita grazie allo Spirito, e che verifica lo Spirito grazie alla vita.
Oggi si ama parlare di Dio come
"il Bassissimo e l’Altissimo" insieme. Dio amico dell’uomo. La Chiesa è
comunione. La salvezza di concretizza intorno a delle relazioni ricostruite
nella loro capacità di dare un senso alla vita, al sacrificio che
esige l’amore, all’angoscia che procura la malattia e la morte... l’infelicità
in generale. La nostra epoca vede una uguaglianza tra gli uomini che davanti
a Dio sono allo stesso titolo alla ricerca della vita, dell’amore e della
realizzazione. Se il cristianesimo non testimonia in questo senso, altre
proposte prenderanno il sopravvento e poco importa da dove, purché
una speranza rinasca... (il buddismo, per esempio, ha successo presso le
persone dello spettacolo e presso queste categorie di persone "professionali"
del linguaggio del corpo e che i cristiani non frequentano o poco, o male...).
TRE SFIDE: LA SPIRITUALITA’ - L’UOMO SPIRITUALE - LO STILE DI VITA.
La tradizione della Chiesa, ci mostra che i monaci, i fondatori degli ordini erano uomini e donne che amavano e cercavano la Saggezza, ma senza fermarsi ai concetti, senza considerarsi dei filosofi: la loro aspirazione era di avere questa "scienza che diventa amore". Io vorrei per concludere proporre una riflessione su questi aspetti fondamentali per comprendere la vita religiosa di ieri e di oggi.
L’amore della Saggezza
Nel suo senso più profano, la saggezza è un "saper fare". E’ saggio colui che sa riparare una barca, che sa cucinare il pesce, che sa curare una ferita. E’ saggio colui che sa come vivere e far vivere.
Il popolo di Dio è andato più lontano nella sua comprensione della Saggezza: egli sa che vivere non dipende soltanto da un saper fare. La vita viene da Dio. La Saggezza significa dunque prendere in considerazione Dio nella propria vita. E’ per questo che si trova questa affermazione: il principio della Saggezza è il timore di Dio (Prov. 2,10), cioè la riconoscenza del principio della vita. La Saggezza pratica ha nel credente un orizzonte religioso.
Anche la cultura greca ha avuto una sua propria nozione di saggezza. La saggezza del "saper fare" ha bisogno di questa saggezza che consiste nel "saper pensare", avere delle idee. Quando si hanno delle idee, si hanno le soluzioni ai problemi perché il pensiero si applica al reale e lo trasforma. E’ per questo che nella cultura greca la filosofia è così importante, è amore (philo) per la saggezza (sophie) e, inoltre, i filosofi sono soprattutto delle persone che hanno delle idee e lasciano farle mettere in pratica dagli altri.
Ma se non si tiene all’amore per le idee, si può diventare degli uomini poco pratici, che sognano. Tanto poco pratici e tanto poco religiosi, dunque.
Questo è un pericolo che il popolo di Dio attribuisce all’uomo "insensato": perché bisogna essere pazzi, insensati, non saggi per dire "non c’è Dio" (Sal 14,1). Dire "non c’è Dio" è come "non c’è vita". A cosa serve una saggezza che nega la vita? Le idee possono dunque ingannare e tenerci lontano dalla vera vita?
I Russi Ortodossi accusano l’Occidente Cattolico di essere caduto in questa trappola , d’aver ridotto il cristianesimo a delle belle idee, d’aver incappato in questo sbaglio di ridurre la Saggezza a una conoscenza lontana dalla vita, dove l’aspetto freddo della fede e il carattere mortale di una cultura cristiana che è pieno di idee e che vuole che tutto sia chiaro, logico, come i ragionamenti matematici o le dimostrazioni scientifiche. Il pericolo di aspettarsi tutto dalle idee viene da quello che confonde la scienza che concerne le cose e la scienza che concerne le persone. La scienza delle cose aumenta se si hanno delle idee, se si seguono le regole, le leggi. La scienza delle persone non funziona nella medesima maniera. Si conosce una persona quando la si ama, quando si ha confidenza in lei, quando la si lascia esprimere. "E’ per questo che propriamente parlando soltanto la persona è conoscibile e soltanto per una persona". L’amore è dunque il principio della conoscenza sicché più si ama, più si conosce. Questo genere di "scienza" s’applica alle relazioni e s’applica in particolare alla fede che non aumenta con le idee, ma aumenta via via che aumenta l’amore. L’amore è il principio della fede, della Saggezza, della vita. E’ quello che il cristiano afferma quando parla dello Spirito Santo come Saggezza, come amore e come colui che dona la vita. Spirituale, l’uomo dello Spirito, è l’uomo che ama la vita, che sa accoglierla e proteggerla, che sa amare. Spirituale è l’uomo concreto, che è pratico come l’amore che non sopporta l’astrazione.
Eccoci dunque arrivati a questa straordinaria affermazione: ciò che c’è di più concreto nella vita spirituale è l’amore. Non vivere nell’amore è vivere nell’astratto e nell’impersonale. Non vivere nell’amore è allontanarsi dalla vita, allontanarsi da Dio. Senza amore la vita sparisce e con la vita è il mistero che sparisce... Quando il mistero sparisce, è ciò che è più concreto che sparisce, non ciò che è più astratto. Il mistero contemplato crea delle opere d’arte, fonda delle comunità, dona dei martiri alla Chiesa, dei missionari al mondo, delle culture nuove.
Il mistero nel cristianesimo è
Amore che prende carne, relazione che assume il male nel perdono, opera
della fede e della Chiesa che trasfigura l’universo. Tutto ciò è
estremamente pratico e porta al pratico.
L’uomo spirituale oggi è il testimone d’un mondo unificato, riconciliato nelle sue componenti materiali e spirituali.
"Lo sforzo dell’uomo per una perfezione individuale, è uno sforzo per trasfigurare la materia attraverso l’orientamento della propria anima a Dio... L’uomo spirituale è l’uomo che opera e permette la trasformazione del mondo della materia in mondo ordinato a Dio". In Romania i monaci si chiamano calugari, dalla parola greca kalogeros, portatore di bellezza, per indicare questa trasformazione unificante alla quale in religioso è chiamato, trasformazione che inizia con il suo corpo. "La bellezza, il Cristo non ne parla mai. Egli non la frequenta che nel suo vero nome: l’amore". Nel peccato noi facciamo opera contraria all’amore, alla bellezza, all’unità, opera contraria alla vita: "La nostra volontà tende a dominare e non a unificare tutto; la nostra intelligenza, al posto di conoscere Colui che esiste e unisce in sé tutto, s’abbandona alle controversie arbitrarie rispetto ad una ridda infinita di soggetti; infine la nostra anima sensibile, al posto di rinnovare la materia spiritualizzandola, non tende che a gioire irragionevolmente di ciò" senza legame con l’unità della persona.
La bellezza a causa del peccato ha oggi una sua perversione che consiste nell’esaltare la materia e che non si indirizza che ai sensi esteriori. Essa è allora come il tralcio che è separato dalla vite e che non porta i frutti attesi. L’ascesi apre allora ad una verifica ultima, una bellezza che non fa che conformare la proporzione reale tra il vedere e il non vedere: "beati coloro che crederanno senza aver visto". Lo scopo del vedere è il credere. La beatitudine, la promessa, la profezia della visione è la pienezza dell’amore. E’ per questo che, agli occhi di molti autori spirituali, la perfezione si compie nell’escatologia.
Che cosa bisogna dunque fare per ritrovare il gusto di un’azione e di un pensiero cristiani che lascino crescere la vita oggi? Ecco la questione alla quale è chiamata a rispondere ogni spiritualità, grande o piccola che essa sia.
Là dove sorge la vita dello
Spirito sorge anche la vita del corpo, della comunità... "Ciò
che Colin ha fatto è di fondare una Società, di darle una
regola, di far vivere un corpo che desse carne alle sue intuizioni. Disinteressarsi
oggi del corpo per tutto puntare sullo spirito è senz’altro la nostra
tentazione più pericolosa. La separazione del corpo dallo spirito
ha un nome: si chiama morte". Questo aspetto è interessante perché
è così che si pensa anche per la Chiesa, per la famiglia,
per le comunità religiose. Si contesta l’istituzione. Infatti l’istituzione
è il corpo che porta lo spirito che l’anima. Senza spirito il corpo
è morto e viceversa. Senza corpo lo spirito è disincarnato.
Nella vita personale invece è il contrario che è l’oggetto
della nostra attenzione: il corpo. Il curarlo, l’educarlo allo sport, il
lavarlo, il profumarlo, il lasciarlo in vacanza... Domina la rivendicazione
della vita del corpo trascurando sovente per ignoranza che la vita viene
dallo spirito che l’anima e la rende adatta alla vita eterna.
Un nuovo stile di vita
Per terminare riprenderei il testo
finale di una conferenza fatta da Olivier Clément, teologo e mistico
ortodosso, nel quadro di un corso fatto all’Istituto Pontificio Orientale.
La spiritualità cristiana deve affrontare la sfida del prossimo
millennio di "incarnarsi in un nuovo stile di vita. Uno stile al tempo
stesso di umiltà e di fierezza, di ascesi e di fantasia: la "gaia
scienza" nello Spirito Santo. Uno stile reale, ma senza dimenticare che
il re ha sempre bisogno di un buffone: tentare d’essere cristiano nel mondo,
com’è e come sarà, esigerà una certa "follia". Uno
stile che esigerà la più alta ascesi, perché necessiterà
tutta la forza dello spirito, nel senso della più viva intelligenza,
perché l’uomo possa aver potere sul suo proprio potere. Uno stile
che esigerà simultaneamente l’ardore di un cavaliere della vita,
e anche l’intuizione e l’impertinenza dell’artista. Uno stile che si esprimerà
in un rinnovato incontro dell’uomo e della donna: né subordinazione
e neppure complementarità, ma due solitudini e due pienezze, due
maniere di vivere il mondo e di farlo esistere, talvolta, per grazia, in
un nuovo "cantico dei Cantici". Uno stile nel quale si "respira lo Spirito",
nel quale si danza nella non-morte poiché Cristo è risuscitato.
E poiché il Cristo è risuscitato, poiché lo Spirito
è diffuso e segretamente abbraccia ogni cosa, io mi permetterò
di riprendere per concludere questa frase di Kazantzaki: "ogni uomo può
salvare il mondo intero".