di P. Jean Coste s.m.
1. MARIA E IL FONDATORE
Studente al seminario maggiore di Lione, Giovanni Claudio Colin aderisce, insieme ad una dozzina di altri studenti, all'idea di una Società di Maria, avanzata da Giovanni Claudio Courveille, che la presenta come il frutto di una ispirazione ricevuta al Puy, alcuni anni prima.
L'idea prevede una vasta congregazione apostolica a diverse branchie. Il nome "Società di Maria" è nellsi trova, quasi contemporaneamente, presso P. Clorivière, Bernard Daries, 'aria, tanto che Guglielmo Chaminade e rappresenta, per lo stesso Courveille, tutto un programma.Giuseppe
Il semplice titolo "Società di Maria" contiene sia un richiamo alla Società di Gesù, di cui si intende rinnovare lo spirito apostolico al servizio della Chiesa, sia la ricerca di una nuova Patrona, appunto Maria, che indicasse una nuova strada, un nuovo spirito che si giudicavano più rispondenti al mondo che usciva dalla Rivoluzione Francese.
Da questa idea-madre nacquero i Fratelli Maristi, fondati da Marcellino Champagnat, i Padri Maristi e le sue Mariste che riconoscono in P. Colin il loro fondatore ed il Terzo Ordine Marista dal quale è nata, più tardi, la congregazione delle Suore Missionarie della Società di Maria.
A quello, perciò, che era solo un programma un po' astratto, un quadro tutto da dipingere di un gruppo di seminaristi, P. Colin (come, per suo conto, ha fatto P. Champagnat) ha dato un contenuto, sviluppando una spiritualità apostolica mariana che costituisce il suo vero apporto alla storia della Chiesa, dato che la Società di Maria non si distingue da altre congregazioni né per le strutture né per originalità di apostolati.
E' questa spiritualità mariana ed i suoi aspetti fondamentali che sono oggetto del presente studio e, per meglio arrivarci, è opportuno mettere in risalto due aspetti del comportamento personale del P. Colin nei confronti di Maria.
1. La pietà mariana di P. Colin, indubbiamente molto profonda e probabilmente di origine carismatica, non ha avuto forme caratteristiche particolari, non si è espressa attraverso preghiere originali, non ha inventato un nuovo tipo di devozione, come hanno fatto altri fondatori o autori spirituali. Per quanto ci risulta, si è trattato di una devozione molto semplice, sostenuta da forme tradizionali, una devozione che concedeva notevole importanza agli elementi sensitivi come cantici, statue, ecc. Se qualcosa in questa spiritualità vi è stato di originale o di misterioso ci è sfuggito completamente, per mancanza di documenti personali di ordine spirituale, dei quali siamo completamente privi.
2. Questa devozione non sembra aver avuto un supporto teologico, frutto di una riflessione elaborata personalmente. Il pensiero di P. Colin si è formato in un'epoca in cui la mariologia segnava veramente il passo. Le opere caratteristiche di quest'epoca sono la "Triplice corona" di Poiré, la "Città mistica" di Maria d'Agreda, vaste composizioni che forniscono alla pietà affettiva e all'immaginazione un abbondante alimento, senza fornir loro però, molto aiuto nel cercare il vero posto di Maria nella economia della salvezza. Il desiderio di parlare di Maria in rapporto al Cristo, quello di scegliere termini che rispettino sempre il posto unico e centrale di Suo Figlio, sono poco percettibili nel P. Colin e spesso inesistenti. Con questo non si vuol dire che P. Colin abbia avuto una cattiva teologia mariana, indebitamente mariocentrica né che egli abbia trascurato la precisione teologica per una specie di anti-intellettualismo. Semplicemente, si pone ad un livello diverso.
Non ha mai della pura mariologia: quando parla della Madonna sempre per rimandare a lei i suoi confratelli, in un modo che è insieme frequente e occasionale, in relazione con l'uno o con l'altro aspetto della loro vita personale.
E' nel suo essere fondatore e animatore spirituale di una congregazione religiosa che si trova l'originalità dell'intuizione mariana di P. Colin. Maria trova tutta la sua grandezza nella visuale che egli ha del posto e della missione della sua congregazione, visuale legata essa stessa al posto di Maria nella storia della Chiesa. Quest'ultimo punto, capitale per la comprensione di P. Colin, merita un esame più attento.
Per quanto P. Colin sia ben lontano dal "senso della storia" come lo concepiamo noi del ventesimo secolo, per quanto sia lontano da una ecclesiologia elaborata come quella che ci viene presentata dalla "Lumen Gentium", è tuttavia in rapporto con la storia e con la Chiesa che il P. Colin pensa Maria. La frase che più spesso gli torna sulle labbra in tutti i momenti della vita, che forma il filo conduttore di tutto il suo pensiero, è la seguente: "Maria è stata il sostegno della Chiesa nascente, sarà il sostegno della Chiesa alla fine dei tempi". Egli vede Maria come una figura che spicca sul grande affresco della storia del cristianesimo e la vede nel suo rapporto con la Chiesa. Più nascosta di ogni apostolo, fu lei la luce e la consolazione della Chiesa primitiva. In questi nostri tempi di empietà e di incredulità, i Maristi devono operare il bene come lo ha fatto lei, sconosciuti e nascosti, mettendosi al servizio della Chiesa nel modo più efficace, senza attirare l'attenzione su loro stessi, senza preoccuparsi della loro posizione o del loro interesse. Maria è l'ispiratrice di questo tipo di presenza nascosta, di questo modo di essere nella Chiesa che si rifà a quella che fu la sua stessa presenza discreta nella Chiesa nascente.
Il centro di gravità del pensiero mariano di P. Colin non è dunque la Madre di Cristo né nei suoi privilegi né nei suoi rapporti con il Figlio né come oggetto di culto o di venerazione o di contemplazione e neppure, strettamente parlando, di imitazione, almeno nel senso un po' estrinseco e sistematico che tale parola spesso evoca. Maria è vista (se ci si perdona una parola moderna che può servire meglio a precisare il pensiero) "in situazione": nella situazione della Chiesa, con il comportamento e le intenzioni della quale dobbiamo identificarci. Nei passaggi fondamentali delle nostre Costituzioni, Maria non appare come un complemento oggetto, ma in espressioni che indicano partecipazione, identificazione al modo di agire del soggetto: "Ex eius vita quasi vivere", "Ipsius spiritum haurire atque spirare", "Ut Maria cogitare, ut Maria judicare, ut Maria sentire atque agire debent in omnibus".
Simili espressioni non sono, tuttavia, da intendere in una prospettiva propriamente mistica o teologica. In P. Colin non si trovano richiami ad una teologia della partecipazione alla vita mariana o ad una identificazione mistica, concepita come effetto di una grazia, di una unione particolare.
Le sue frasi non sono mai messe da lui in relazione con una dottrina della grazia, della vita soprannaturale. Ci troviamo, piuttosto, davanti ad una prospettiva psicologica spirituale, a condizione di non ridurre arbitrariamente la portata di una simile espressione. Si tratta di prendere lo spirito di Maria, di impregnarsi del suo modo di essere e di agire come si potrebbe fare nei confronti di una guida spirituale, di un santo, di un fondatore. Aggiungiamo a questo, tuttavia, che il rapporto personale con la persona di cui si vogliono far propri lo spirito e le intenzioni è, trattandosi di Maria e tenendo presente il suo posto unico in tutta la storia della salvezza, di una natura tutta particolare.
E' chiaro che P. Colin era fortemente cosciente del carattere unico del nostro rapporto con Maria anche se non ci ha mai fornito elementi particolari per analizzare questa relazione. Sarebbe molto rischioso tentar di formulare, da certe sue espressioni, una dottrina su tale materia.
Molto discreto su ciò che concerne la partecipazione personale alla vita mariana, P. Colin insiste fortemente, in quanto fondatore, sui rapporti tra Maria e la Congregazione come tale. Essa ne è la fondatrice; ne ha fatto la sua famiglia, dandole il suo nome; ne sceglie essa stessa i suoi membri; crea tra gli stessi e lei come una alleanza, da cui deriva per essi il dovere di agire da veri figli, riproducendo nella Chiesa il mistero della sua vita nascosta ed efficiente.
Alla base di una tale convinzione non vi è alcuna rivelazione propriamente detta, alcun fatto straordinario preciso: in tale convinzione si esprime la coscienza che tutto un corpo sociale ha delle sue responsabilità di fronte ad una persona, Maria, di cui esso sente, per mille segni di cui è difficile prendere coscienza, che senza di essa la Società non avrebbe ragione d'essere, essendo questo il suo unico scopo di esistere: prolungare in qualche modo quello che fu il tipo di presenza di questa persona nella Chiesa.
Simile presa di coscienza si nutriva, presso i primi Maristi, di una pietà viva, filiale, spontanea verso Maria; pietà, tuttavia, le cui espressioni non avevano nulla di caratteristico. Nelle sue Costituzioni P. Colin ha destinato un articolo alla devozione a Maria, intitolato "Beatae Mariae sint specialiter devoti", con quella parola "specialiter" che ha fatto sorridere più di una volta, proprio perché le forme di devozione indicate non hanno nulla di speciale: si tratta del rosario, delle tre "Ave Maria" mattina e sera, del digiuno in giorno di sabato, dell'attenzione con cui sottolineare le feste mariane, ecc: tutti elementi classici della devozione mariana.
Per quanto riguarda le opere mariane, la promozione del culto mariano, non c'è nessun suggerimento, almeno che non si vogliano indicare come tali il consiglio di non dimenticarla nelle prediche e di invitare i fedeli ad aver confidenza in lei.
E' qui che si tocca ciò che si potrebbe definire il "paradosso marista" e che bisogna aver ben intuito se si vuol comprendere il modo in cui si formula e si vive oggi nella nostra Società il posto di Maria. Lo si potrebbe esprimere così: tra le Congregazioni che si richiamano alla Madonna, quella dei Padri Maristi è forse una delle meno mariane, anche se è una delle più mariane. Vediamo come è possibile formulare queste due affermazioni, apparentemente contraddittorie.
A) Una delle Congregazioni meno mariane. Sì, perché dopo un secolo e mezzo di esistenza e malgrado il nome che porta, la Società di Maria non ha prodotto nessuna nuova formula di culto mariano, non ha inventato nessuna preghiera propria, non ha lanciato nessun titolo mariano nuovo, nessuna festa, nessuna statua, nessun grande pellegrinaggio, nessuna corrente di devozione alla Vergine. Le pubblicazioni dei Maristi sulla Madonna sono state poche e di non rilevante importanza. I Maristi non hanno lasciato case editrici o librerie mariane; non si sono mai preoccupati di costituire una biblioteca mariana del genere di quella dei Marianisti a Dayton; hanno officiato ed officiano ancora dei santuari mariani, in diversi paesi (Verdelais in Francia, Pratola Peligna in Italia, Walsingham in Inghilterra) ma si tratta di una piccola parte delle attività, e non tra le più rappresentative, dell'apostolato della Congregazione...
Concludendo, per tutto quanto riguarda Maria come oggetto di culto, di studio, di pubblicazioni, di predicazione, i Padri Maristi hanno portato un contributo minimo, marginale, inferiore non solo a quello di altre Congregazioni mariane, ma anche a quello di certe Congregazioni non consacrate alla Madonna.
B) Eppure, quanti esaminano dall'esterno la nostra Congregazione non sono affatto tentati di negare il suo carattere mariano, tutt'altro. In un articolo comparso nel 1931 sulla rivista "Reclutamento sacerdotale", sotto il titolo "Maria, Regina della vita religiosa", P. Monnier-Vinard s.j. passando in rivista le varie congregazioni mariane, scriveva dei Padri Maristi: "Nessun altro Istituto ci appare così totalmente ed esclusivamente mariano". Tale giudizio di un autore che nessun legame univa ai Maristi mi sembra interessante, non in quanto egli attribuisce alla nostra Società una specie di premio d'onore che altri potrebbero facilmente contestare e del quale, in ogni caso, non sapremmo cosa fare ma proprio perché chiarisce il paradosso di cui si è parlato. Quel "totalmente ed esclusivamente mariano" il P. Monnier-Vinard non l'ha preso, è evidente, da un "plus" che è stato fatto, detto o scritto da noi per Maria o su Maria. L'ha preso dai testi delle Costituzioni ricordati prima, che danno, come meta, una spiritualità di identificazione a Maria, particolarmente accentuata.
Ciò che colpisce
in P. Colin e nella tradizione che fa capo a lui è la profonda compenetrazione
tra il riferimento a Maria e la riflessione sulla vita nella Congregazione:
comprensione del mistero mariano in quanto mistero di vita nascosta e riflessione
sul tipo di responsabilità del Marista, sul suo modo di essere e
di agire sono, per Colin, una sola e identica cosa. Si può dire
che egli non ha avuto che questa intuizione ma che l'ha spinta fino alle
sue estreme conseguenze.
2. MARIA E LE PRIME GENERAZIONI MARISTE
Prima di giungere a parlare di come oggi i suoi figli vivono il ruolo di Maria, accenniamo brevemente al periodo che va dalla fine del generalato di P. Colin nel 1854 al Vaticano II.
Sotto la spinta della spiritualità francese dell'epoca, anche i Maristi hanno operato un ripiegamento su se stessi. Lo sviluppo di certe opere, avvenuto secondo la logica loro propria, ha portato a costituire comunità dotate di un dinamismo apostolico diverso ed il riferimento mariano ha teso ad organizzarsi sotto forma di devozione a Maria, di attenzione portata su Maria stessa, presa come oggetto di studio, di onore e di culto.
E' l'epoca in cui un Depoix o un Petitalot pubblicano dei trattati mariologici e i Maristi dirigono diversi piccoli periodici centrati su Maria o S. Giuseppe; è sempre l'epoca in cui si presenta volentieri, come motto della Società, una frase di cui il primo biografo di P. Chanel ha voluto (sembra senza molto fondamento) fare il programma dello stesso: "Amar Maria e farla amare". E' un modo come un altro di prendere Maria come oggetto di devozione e che ha un suono ben diverso dalle frasi delle Costituzioni citate prima.
La nostra Società, in tal modo, tende a darsi una spiritualità secondo il tipo corrente nel secolo XIX, una spiritualità fondata su una devozione o un mistero particolare da onorare e da imitare. Una sintesi su questa linea sarà fatta nella prima biografia stampata sul Fondatore, quella di P. Jeantin. La nota distintiva dei Maristi secondo quest'ultimo, consiste nell'onorare e nell'imitare Maria nel suo mistero di Nazareth. (Vedere su tale questione, gli studi pubblicati su Acta S.M.).
Attorno a questo concetto "imitate Maria nel suo mistero di Nazareth" si è sviluppata, dalla fine del secolo scorso alla fine della seconda guerra mondiale, una sintesi prativa della vita marista più ascetica che veramente apostolica, centrata sulla pratica delle virtù nascoste, sulla fuga da ciò che potrebbe essere occasione di notorietà o di prestigio per la Società di Maria. Si era ben lontani dal mordente della intuizione originale di P. Colin che univa tanto intelligentemente la comprensione del mistero di Maria e la comprensione del suo tempo.
Parecchi anni prima del Vaticano II, tuttavia, sotto la spinta del rinnovamento ecclesiologico, di una riflessione apostolica più calma e di studi storici sistematici sulle origini del pensiero di P. Colin e del suo sviluppo successivo, l'intuizione del Fondatore è stata rimessa in valore e si è cominciato a mettere in risalto il modo in cui i Maristi rivedevano Maria e, con essa, il loro proprio posto nella Chiesa. Soprattutto in Francia, dove l'accesso alle fonti era più facile a causa della lingua, il mistero di Maria nella Chiesa si trovò a conquistare un posto sempre più grande nella coscienza dei confratelli.
In questa atmosfera, il
Vaticano II, con la visuale così decisamente nuova assunta circa
il mistero mariano, è venuto ad invitare noi, come tutti gli altri
religiosi, a rinnovare e ad allargare il nostro sguardo su Maria. I punti
di contatto tra le intuizioni del Fondatore e il modo di presentare Maria
nel mistero della Chiesa che troviamo nell'VIII capitolo della "Lumen Gentium"
sono stati capiti bene e con una gioia profonda, dai Maristi. Fu anche
percepito tutto quanto era sottinteso nel testo conciliare: ciò
che presso P. Colin non era che l'intuizione di un fondatore, era sentito
ormai al livello di una riflessione teologica; ciò che interessava
solo una congregazione diveniva ormai oggetto di una presa di coscienza
della Chiesa stessa.
3. MARIA E I MARISTI, OGGI
E' giunto il momento di chiederci come, oggi, dopo il Vaticano II, la missione di Maria è vista ed è vissuta dai Maristi.
A) PENSIERO
Per analizzare questo punto, è opportuno rifarci ai testi redatti dal Capitolo Generale sull'aggiornamento, tenutosi negli anni 1969-70, i soli che possano essere giudicati rappresentativi dell'intera Congregazione.
Il Capitolo non ha voluto redigere nuove costituzioni del P. Colin e ci ha dato "Dichiarazioni e Decisioni" che hanno "forza normativa e priorità per orientare e organizzare la vita marista" fino al prossimo capitolo generale. E' di questo volumetto che si parlerà.
Prima constatazione: D.D. non contiene nessun testo, nessuna dichiarazione sulla Madonna come tale. E' una cosa da sottolineare perché, diversamente da noi, i Fratelli Maristi hanno redatto un sostanzioso "documento mariano" dal contenuto sia teologico che spirituale. Niente di tutto ciò né presso di noi né presso le due congregazioni di suore che si richiamano a P. Colin, come a loro fondatore. Queste tre congregazioni la questione che hanno posto con la massima chiarezza, con la massima forza, è quella dell'identità marista. L'idea di una riflessione su Maria, separata da una riflessione sull'essere della Congregazione, non si è loro neppure presentata. E questo è molto significativo.
Seconda constatazione: nell'insieme del volume, Maria è ricordata relativamente poche volte. Non contando il testo redatto dalla commissione "Identità Marista", Maria è nominata otto volte in tutto. Al N. 49 c'è un semplice invito ad "aver confidenza in Maria". Negli altri sette casi, Maria viene nominata per aiutare a definire, caratterizzare qual è la missione, l'apostolato, il modo di essere della Congregazione.
1. Passiamo rapidamente in rivista questi piccoli testi. In se stessi non hanno molta importanza, ma il fatto che siano stati redatti indipendentemente gli uni dagli altri da commissioni differenti rende significativa la loro convergenza.
N. 22. "Commissione della Vita Religiosa". Il ruolo della Società di Maria nella realizzazione della nostra vita religiosa è descritto così:
"Essa pone davanti ai nostri occhi Maria, Regina degli apostoli, totalmente offerta alla persona ed alla missione di suo Figlio" (L.G. 56).
N. 54. La Commissione per la Formazione descrive l'idea generale della vita religiosa apostolica della Società di Maria:
"Seguire Gesù Cristo e annunciarlo agli uomini del loro tempo, servendo la Chiesa nello spirito di Maria, secondo l'intuizione fondamentale che il P. Colin ha preso dal vangelo".
N. 69. La stessa commissione, chiudendo il suo testo, ci presenta una nuova evocazione del nostro progetto religioso:
"Contribuire comunitariamente e con l'apporto delle migliori energie dei singoli, sotto la guida dello Spirito, all'attuazione del disegno del Padre: 'Instaurare omnia in Christo' (Ef. 1,10). Tale è stata la missione stessa di Maria".
N. 103. La Commissione dei Ministeri, riassume così, nel finale, il nostro compito:
"E' nostro dovere 'rispondere ai grandi bisogni dei popoli', nello spirito di Colei di cui portiamo il nome".
N. 144. La Commissione del Governo Locale cita, tra gli elementi costitutivi di ogni comunità marista, il fatto che i suoi membri "sono animati dallo spirito di Maria".
N. 140. In un testo sul Terz'Ordine di Maria, il suo scopo viene così descritto:
"Partecipare alla missione di salvezza (del Cristo), ispirandosi a Maria nella sua vita a Nazareth e tra gli apostoli".
N. 130. In un testo particolare, il tema "Pluralismo e unità", si legge:
"E' in comunione con il Papa, principio visibile di unità, e con i Vescovi, successori degli apostoli, che la Società deve trovare, come Maria, la sua vocazione e il suo posto provvidenziale".
Riassumiamo: in questi 7 testi troviamo 4 allusioni allo spirito di Maria e una alla sua ispirazione. Inoltre, in questi 7 testi c'è un solo riferimento a momenti particolari della vita di Maria (Nazareth e la Pentecoste, già indicati da P. Colin); una sola volta, queste ispirazioni mariane, è tratta un'applicazione piuttosto precisa: la comunione con le responsabilità della Chiesa; negli altri casi, abbiamo sempre un riferimento globale al ruolo di Maria nella storia della salvezza, come tipo di responsabilità particolare della Società.
Se dobbiamo far fede a questi testi, il ruolo di Maria è visto dai Maristi essenzialmente in rapporto con la loro missione nella Chiesa e come un'ispirazione nell'esercizio di questa missione.
2. Tuttavia, prima di accettare una tale conclusione, esaminiamo il testo più sostanziale, quello preparato dalla commissione "Identità Marista" sotto il titolo "I Maristi e il mondo d'oggi" (NN. 118-128).
Prendendo coscienza dei mutamenti del mondo e della Chiesa, il Capitolo conclude che essi invitano la Società ad esaminare "il modo stesso di concepire la sua esistenza e il suo ruolo nella Chiesa". Malgrado la situazione diversa, il Capitolo non intende assolutamente staccarsi dalle intuizioni originali e riafferma il suo attaccamento "al nome che è il nostro, Società di Maria, e al programma che questo nome designa fin dalle origini".
Dal confronto tra ciò che si cerca oggi nella Chiesa e questo programma primitivo, nasce la convinzione dell'attualità delle intuizioni fondamentali di P. Colin e le basi di tale convinzione sono sviluppate nelle due parti del testo.
a) Nella prima è analizzata la corrispondenza tra i requisiti della pastorale contemporanea e una certa tradizione apostolica. Tralasciando la descrizione dei requisiti contemporanei, citiamo il testo che presenta Maria e l'attitudine apostolica che essa ispira:
"In questa opera di evangelizzazione i Maristi hanno la loro parte da svolgere: la svolgeranno nella misura in cui sapranno comprendere il mistero di Maria e ritrovare lo slancio missionario delle loro origini. Maria, con il suo libero consenso, ha cooperato alla consacrazione del mondo ed alla redenzione di tutti i valori umani. Questa dedizione totale alla missione di Gesù è la fonte della tradizione a cui i Maristi sono chiamati a restare fedeli: non cercare il loro successo personale o quello della loro Società, ma unicamente la causa di Cristo; collaborare, in amicizia con tutti, alla pastorale d'insieme; prendere a cuore i bisogni della gente e non accontentarsi solamente di teorie; lasciare da parte ogni posa ed ogni falsa apparenza; lavorare per i poveri e gli abbandonati; sapere aspettare pregando e servendo anche in compiti umili e oscuri. Tuttavia questo non è lo spirito della Società: è lo spirito del Vangelo, e perciò ricchezza della Chiesa e di ciascun cristiano. Ma la nostra vocazione ci impegna a riprodurre, con tale atteggiamento, il modo stesso con cui Maria fu fedele al Signore da Nazareth fino alla Pentecoste" (N. 124).
Il comportamento descritto da questo paragrafo, scelto tra altri per alcuni suoi passaggi, corrisponde sia agli orientamenti lasciatici da P. Colin sia ai valori che affiorano più frequentemente in occasione di sondaggi operati qua e là, sulle caratteristiche dell'azione marista contemporanea.
E' questo atteggiamento che è sentito come mariano e una certa comprensione del mistero della Madonna appare decisiva per formularlo e viverlo.
b) Nella seconda parte "Il mistero di Maria nella Chiesa", è analizzato il rapporto tra l'intuizione di P. Colin e l'insegnamento del Vaticano II su Maria.
Vi si trova riassunta quella presa di coscienza cui si faceva allusione prima, ma è bene ripetere qui un passaggio che ha valore ufficiale:
N. 125. "Maria fu presente nella Chiesa nascente; ne fu anzi l'anima ed il sostegno, senza però occupare in essa alcuna posizione di prestigio: vi restò nascosta.
Un tale genere di presenza ha fatto scoprire a P. Colin quale posto potrebbe tenere nella Chiesa, soprattutto in tempi di crisi, una Società che porta il nome di Maria. La sua intuizione di Fondatore fu ovviamente limitata all'ambito della Congregazione a cui dava origine. Il Concilio Vaticano II ha operato una intuizione analoga a livello teologico e con riferimento a tutta la Chiesa, quando ha detto che questa, se vuole approfondire la conoscenza della propria natura e della propria missione, deve guardare a Maria, sua figura e modello (L.G. 63, 65)".
N. 126. "L'intuizione conciliare si deve ora tradurre nella realtà dei fatti.
I Maristi pensano legittimamente che la loro tradizione ha già fatto sperimentare nella Società, in modo modesto ma reale, gli orientamenti mediante i quali la Chiesa cerca di avvicinarsi al suo modello mariano di vita e di azione: una Chiesa sempre alla ricerca di Cristo; una Chiesa discreta e povera, che desidera abbandonare ogni posizione di privilegio purché Cristo venga annunziato.
A tali modi di pensare e di agire la Società è stata sensibilizzata dalla parola del Fondatore e dall'esempio delle prime generazioni mariste. Essa sente perciò, oggi più che mai, l'impegno di rimanere fedele alla sua missione primitiva".
Il resto del testo insiste sul fatto che la vita marista si situa in una tensione feconda tra la fedeltà alla tradizione e l'invenzione creatrice. Per quanto riguarda la tradizione, il Capitolo fa il riferimento ad una raccolta intitolata "Fontes Traditionis Societatis Mariae", che esso stesso aveva preparato ma che non ha mai pubblicato, per mantenere in vigore le attuali nostre Costituzioni.
Questa raccolta intendeva riunire i testi che meglio esprimevano le intenzioni del Fondatore ed è interessante per noi notare che tutti i testi mariani delle Costituzioni di P. Colin vi erano stati inseriti, compresi gli articoli sulle forme della devozione a Maria. Su tale punto, il Capitolo era deciso a non scartare niente, non per imporre ai Maristi di oggi certe pratiche indicare nei testi, ma per la preoccupazione di fornire una base, la più possibile esauriente, alla riflessione sul messaggio mariano di P. Colin.
Quanto al coraggio di creare, che s'impone alla Congregazione non meno che la fedeltà al passato, il Capitolo ne trova ancora l'esempio nella Vergine che "condotta durante tutta la sua vita verso mete che la sorpassavano, ha inventato nella fede le risposte quotidiane ai segni del suo tempo". Ed il testo termina così:
"... E' essa, la Vergine dell'Annunciazione, di Nazareth, della Pentecoste che ci unisce e ci sprona. Unitamente ai Maristi di tutte le generazioni, noi la salutiamo come nostra Fondatrice e prima Superiora riconoscendo che per una scelta di grazia, ella ha fatto di noi dei suoi figli.
Nella permanenza di questa relazione personale e collettiva con Maria, di cui portiamo il nome, risiede la nostra più ferma speranza di poter essere in mezzo al mondo di oggi ciò che la Chiesa attende per noi" (128).
Concludendo, questo testo della Commissione "Identità Marista" conferma quanto già dedotto dagli altri testi minori: Maria è vista nella prospettiva della responsabilità apostolica del Marista: nessun aspetto particolare della Madonna à messo particolarmente in luce se non, in maniera globale, "il mistero di Maria nella Chiesa", preso nei due tempi forti di Nazareth e della Pentecoste dove si trova l'ispirazione di un certo comportamento sufficientemente consistente da poter essere espresso con pochi tratti; facendo così, i padri capitolari hanno coscienza di non essersi allontanati dall'intenzione del Fondatore e trovano casomai, in una migliore intelligenza di questi momenti, un inizio di risposta alla necessità dell'ora presente.
Oltre questa presa di coscienza,
il Capitolo non sente la necessità di dire altro su Maria: né
sulle forme di una preghiera mariana, né sul principio di questa
preghiera in se stessa, dato che le esortazioni di P. Colin, conservate
nelle Costituzioni non abrogate, sembrano sufficienti su tale punto. Niente,
ed a più forte ragione, sulle opere mariane, avendone la Società
avute sempre poche e non avendo mai avuto una dottrina propria su tale
argomento.
B) VITA
Dopo aver visto insieme come è stato formulato dall'ultimo Capitolo Generale il ruolo di Maria nella nostra Congregazione, passiamo a quanto di può sapere sul come i Maristi lo vivon oggi.
Come si è già detto all'inizio, ci baseremo non su una inchiesta sistematica, mai realizzata, ma su testimonianze raccolte oralmente o per iscritto durante una quindicina di anni di riunioni sulla vita marista tenute a confratelli un po' di tutto il mondo, ad eccezione dell'Australia e della Nuova Zelanda. E' bene sottolineare questa limitazione perché in Nuova Zelanda, si dice, la devozione mariana si cala ancora facilmente nelle forme tradizionali e collettive che altrove tendono a sparire. Di conseguenza, quanto si dirà, riguarda principalmente, se non esclusivamente, l'Europa e l'America. Per quanto riguarda l'Oceania, composta di confratelli formati per buona parte in altre province, essa riflette, su tale punto come su altri, il pluralismo proprio della Società.
Iniziando: qual è oggi la nostra preghiera mariana, la nostra devozione a Maria?
Notiamo subito, nella Società di Maria, l'assenza di una preghiera regolare mariana in comune, ove si escluda la "Salve Regina" al mattino, al mezzogiorno e alla sera, nelle case in cui la comunità si riunisce in cappella a quelle ore. Il rosario non è mai stato, tradizionalmente, l'oggetto di una preghiera comunitaria. I mesi di maggio e di ottobre sopravvivono, in quanto esercizio comunitario mariano, in non tutte le comunità. Le consacrazioni comuni a Maria al termine dei ritiri, che si era tentato di rivalorizzare qualche tempo fa, non sono praticate ovunque.
Invece, nelle paraliturgie, quando le forme dell'Ufficio si costruiscono liberamente, si trovano facilmente anche presso i giovani, begli inni o preghiere a Maria, e questo sembra indicare che una referenza comune a Maria nella preghiera è facilmente ricercata, senza però che in questo campo vi sia nulla di sistematico.
Per quanto riguarda la preghiera personale, praticamente ciascuno si sente libero nella scelta delle forme di preghiera, forme d'altronde poco numerose e che sono ancora quelle suggerite dalle nostre Costituzioni. Per quanto riguarda la principale di queste, il rosario, si può dire che esso è recitato da una netta maggioranza dei confratelli al di sopra dei cinquant'anni; che la sua recita tra i confratelli che si trovano tra i trenta ed i cinquant'anni è meno universale; che al di sotto dei trent'anni la recita del rosario come tale suscita un problema e si può arrivare, secondo i casi, sia all'abbandono totale (specie là dove durante la giovinezza è esistito l'obbligo della recita collettiva e meccanica), sia ad un ripiegamento a forme ridotte o semplificate, sia, anche se più raramente, a sforzi di rinnovamento coll'introduzione, ad esempio, di testi biblici o di intenzioni, nel quadro di una preghiera di piccoli gruppi.
Quanto alle tre "Ave Maria" ed al "Sub tuum" del mattino e della sera, tanto cari a P. Colin, si può dire che la loro recita sia non troppo frequente al di sotto dei cinquanta anni.
Passando alla preghiera spontanea a Maria, quella che non si esprime nell'"Ave Maria" o in altre formule tradizionali, è ancora più difficile determinare ciò che sta accadendo. Non si può mai presumere un'assenza totale ma esistono certamente confratelli per i quali il ricorso alla Madonna, l'abitudine della preghiera, l'importanza ad essa riconosciuta nella trama della vita e nella stessa vocazione della Società, se stiamo a certe loro dichiarazioni, sono praticamente inesistenti. Gli incontri comunitari e le interviste personali rivelano una impressionante diversità su tale punto. La gamma delle variazioni si estende da confratelli per i quali la devozione a Maria risale all'infanzia, si esprime spontaneamente e si è rivelata decisiva tanto per la vocazione marista quanto per gli orientamenti posteriori della loro vita fino a confratelli che dicono di esser divenuti Maristi per motivi che nulla hanno a che fare con la Madonna e di non sentire, quindi, alcuna necessità di un rapporto particolare con Lei.
Sarebbe agevole far leva proprio sull'assenza di elementi comuni per concludere che non si può affermare niente di preciso su un rapporto tipico del marista con Maria; tuttavia è possibile indicare alcune linee nelle quali è caratterizzato molto bene proprio il rapporto marista-Maria, più comune tra noi.
Come abbiamo detto, la visione marista, in ciò che essa ha di più caratteristico, porta su Maria "in situazione", nel suo rapporto con la Chiesa, su un soggetto agente quindi che è, con il suo comportamento, luce, guida, ispirazione per altri. Esiste una percezione globale di questa persona, di questa situazione, che è qualcosa di diverso dalla preghiera e può raggiungere talvolta una notevole intensità e una vera essenza spirituale. "Non la prego spesso, ma mi capita di pensarci con molta intensità", diceva un confratello e credo che parecchi altri potrebbero sottoscrivere simile dichiarazione. In questa direzione, cerchiamo di mettere in risalto qualche spunto.
1. La parola forse più frequentemente impiegata in questo dominio è quella di "presenza", con quanto comporta di personale e di generale. In una testimonianza si trovano tratti che sono rivelatori: "Maria appare nella mia vita come una presenza, un po' come è percepita la presenza di una donna in una casa, senza però che l'interessato sappia di chi si tratta". E questo confratello continua spiegando che tale presenza non è veramente conosciuta, nominata se non nei momenti di preghiera veramente esplicita.
Si trova, altrettanto facilmente impiegato anche il paragone con la madre la cui presenza silenziosa può essere approvazione, incoraggiamento o richiamo; in tal modo essa "parla", e molto, con il figlio.
In questa linea generale e in modo meno elaborato, si sentono spesso confratelli affermare che essi hanno coscienza di essere "con" Maria, al suo fianco, piuttosto che guardare verso Lei. Esiste effettivamente un tipo di presenza molto reale che non comporta affatto il guardare una persona. Quante volte ci è capitato, in treno, di trovarci seduti accanto a qualcuno al quale non abbiamo indirizzato la parola, del quale non abbiamo incontrato lo sguardo, ma la cui presenza ha avuto un effetto innegabile sul nostro comportamento, perché proprio per tale presenza, abbiamo fatto o evitato un certo gesto, detta o no quella tale parola. Si trovano molto spesso in tali testimonianze espressioni come "clima", "clima di vita", "pienezza". Anche così si prospetta un tipo di presenza che può essere molto importante nella vita senza essere esplicito, chiaro, coscientemente accettato o cercato. E ancora: perfino là dove si percepisce disinteresse o reazione di fronte ad una prospettiva di imitazione mariana mal presentata, si può manifestare, in modo molto sottile, la coscienza di una rassomiglianza con Maria acquistata un po' alla volta per un semplice rapporto di amore, che pudore o timore impediscono di guardare in faccia. Un confratello sembra dire molto bene queste cose, affermando: "Se Maria ha un ruolo nella mia vita, ciò capita perché si finisce con il rassomigliare un po' a coloro che si amano, ma, ancora una volta, non è coscientemente che si agisce in un modo o nell'altro per fare come Maria avrebbe fatto al nostro posto".
2. In questa prospettiva (quella di una presenza che può essere molto reale ma altrettanto sfrenata e poco cosciente) non c'è da meravigliarsi se nessuna immagine particolare di Maria, nessun aspetto della sua persona, sia preso particolarmente in considerazione dai Maristi. Se sul primo punto si delinea una notevole convergenza tra le testimonianze raccolte, questa viene a mancare completamente esaminando le opinioni dei Padri circa aspetti preferiti della persona di Maria: Maria è vista come la Vergine, come la Madre di Cristo, come nostra Madre, come la donna ideale, come la prima credente? Tot capita, tot sententiae. Chiaramente la Società di Maria non presenta una certa immagine della Madonna e ancor meno una data visione teologica.
3. Invece, un accordo netto, impressionante si manifesta quando ci si sforza di riconoscere quali valori questa presenza mariana suscita, come si rende questo spirito, questo clima di vita. Anche qui le parole differiscono ma dietro ad esse sono identiche le realtà evocare e vissute come mariane: il servizio senza chiasso, il primato dell'essere sul dire, la disponibilità alla collaborazione, un'attitudine a lavorare senza attendersi da tale lavoro riuscita personale o consolazioni particolari, ecc... Tali valori sono frutto, più o meno puro, più o meno intenso, di una tradizione alla quale il Marista di oggi ha coscienza di appartenere. Sono essi che mantengono l'unità dell'esperienza mariana nella Società di Maria, mancando forme di preghiera comuni a tutti e orientamenti teologici predominanti.
4. L'apostolato mariano, se esiste per il Marista, consiste nel partecipare al prossimo questi valori, nell'invitarlo a condividere questo clima di vita; questo nella misura in cui la testimonianza personale e la coesistenza hanno permesso agli altri di percepire come realtà un tale spirito.
E' quanto si realizza nelle
fraternità mariste dei laici, che sono spesso il prolungamento di
contatti, di incontri, di esperienze a livello di quartiere, di parrocchia,
di un'opera...
CONCLUSIONE
Onestamente sembra di non aver altro da aggiungere su questo tema e qualcuno potrà dire che, in fondo, è stato detto poco.
Sarebbe possibile farsi eco di tante esperienze personali ed apostoliche, sviluppare certi prolungamenti più moderni di questa intuizione o esaminare i rapporti che tale intuizione può avere con una teologia della Chiesa o dello Spirito Santo.
Sembra tuttavia difficile che i Maristi, nel loro insieme, possano riconoscersi in una elaborazione che sorpasserebbe gli elementi messi in risalto fin qui. Invece, proprio nella loro povertà, le osservazioni fatte sembrano dire almeno una cosa: tra le intuizioni del P. Colin, i testi redatti dall'ultimo Capitolo Generale e quella che sembra essere l'esperienza più comune dei Maristi di oggi, esiste realmente, pur attraverso evidenti cambiamenti culturali, una unità dinamica. E' questa linea che si è cercato di mettere in luce e che, terminando, può essere richiamata un'ultima volta, in modo più sintetico.
Ciò che sembra esservi di più tipico nella nostra Congregazione nei confronti di Maria, è l'interiorizzazione molto accentuata del riferimento a Maria stessa e la cui consistenza propria è da ricercare nei valori di vita di cui Maria è portatrice, piuttosto che nell'attenzione esplicita alla persona di Maria.
Per P. Colin, la Vergine è vista principalmente nella sua relazione con la Chiesa in cui è vissuta senza far parlare di sé: relazione che si realizza in un nascondimento, si potrebbe dire in una scomparsa, che ci mostra Maria completamente trasparente ai misteri della salvezza nei quali si trova impegnata.
In questo nascondimento e in questa trasparenza il Fondatore vede la migliore immagine dell'atteggiamento dell'apostolo in un mondo in crisi religiosa.
Il comportamento di Colin suggerisce con il suo famoso "ignoti et occulti" è, in tal senso, interamente compenetrato da una presenza mariana che si accetta invisibile e che spinge il marista a guardare a Maria meno di Cristo e della Chiesa ed a sparire lui stesso al servizio di quest'ultima.
Si comprende così come una tradizione mariana possa instaurarsi e perpetuarsi e in essa Maria sia contemporaneamente presente e poco personalizzata e il suo ruolo si riduca completamente nell'assicurare la permanenza di quella attitudine che fu sua, senza voler attirare l'attenzione su se stessa.
Si tratta di un'attitudine estremamente delicata che è stata ed è effettivamente vissuta tra noi, ma di cui si vede altrettanto bene quanto sarebbe difficile distinguerla da ciò che potrebbe essere solo illusione o verbalismo.
In questo senso, i Maristi portano il loro tesoro in vasi d'argilla e sempre con il pericolo di perderlo, correndo, più di altri, il rischio di vedere Maria dissolversi nell'implicito ed in una pura immanenza.
Il giorno in cui l'intuizione mariana di P. Colin sarà stata ridotta ad un semplice simbolo, se ne sarà fatto un punto di riferimento per un certo tipo di comportamento, senza che la persona che ha ispirato tale comportamento sia nominata, conosciuta, amata, se non in alcuni momenti della vita personale e comunitaria, quel giorno non resterà più gran che della Società di Maria.
L'avvenire dirà se noi avremo ceduto a simile tentazione, resa più insidiosa dalla nostra tradizione che in qualche modo sembra spingerci in quella direzione.
E' da sperare, tuttavia, che per quanti si preoccupano oggi di vivere la loro vocazione marista, Maria resti una persona che non si presta ad essere confusa con un'idea, anche se spesso si pensa meno a lei che al lavoro per il Signore nel quale ci immergiamo e scompariamo con Lei.
Nel mantenere viva questa
presenza nella Società che da Lei prende nome è la migliore
possibilità di sopravvivere e la nostra migliore speranza per l'avvenire.