INSIEME PER LA MISSIONE

MISSIONE MARISTA E MARISTI LAICI;

STORIA DI UNA COLLABORAZIONE

VISIONE COLINIANA, TRADIZIONE MARISTA
 
 

P. Charles Girard s.m.



Introduzione

"Insieme per la missione" - l'etichetta comporta due grandi temi che propongo alla vostra attenzione: la missione e la collaborazione in questa missione. Poiché la collaborazione è un mezzo per raggiungere lo scopo, per compiere l'opera della missione, iniziamo con il tema della missione nella visione coliniana e in particolare la missione dei laici maristi. Passerò in seguito a rivedere la storia della collaborazione tra i Maristi e cercherò infine qualche indicazione per una collaborazione nell'ora attuale.

I. Missione universale

A. Universo marista

"Voi resterete sorpresi; ho una grande ambizione, quella di conquistare l'universo intero, sotto la protezione di Maria". Così parlò Giovanni Claudio Colin ai delegati del capitolo generale dei Padri nel 1872, ma il suo progetto era di vecchia data poiché già nel 1837 lui stesso aveva detto: "Il nostro scopo è nientemeno che di rendere l'universo marista".

1. Promessa di Fourvière

Questa missione che Colin delinea a tratti così larghi - l'universo marista - si fonda sicuramente sulla promessa che alcuni giovani pronunciano nel santuario di Fourvière il 23 luglio 1816. Questo primo documento del progetto marista proclama: "Promettiamo solennemente di dedicare noi stessi e tutto quanto abbiamo per salvare in ogni modo le anime, sotto l'augustissimo nome della Vergine Maria e sotto i suoi auspici". Fin dall'inizio i Maristi annunciano il loro scopo - la salvezza del mondo - e la loro maniera per raggiungerlo - sotto il nome e sotto gli auspici di Maria. Vasto progetto, senza dubbio, ma il punto centrale è ben chiaro: servire da guida alle donne e agli uomini che cercano l'unione con Dio.

2. La barca di Maria

Alla dichiarazione di Fourvière, aggiungiamo l'immagine che si può vedere in un quadro del museo Colin a La Neylière: la barca di Maria. Questo quadro rappresenta un'ispirazione della laica marista, Maria Elisabetta Blot, nel maggio 1866 (e l'immagine è stata ripresa da Colin nel 1873 e nel 1875): sulla barca di Maria i Maristi attraversano il mare agitato della vita, avanzando verso il porto che è il cielo, la salvezza. A bordo i Maristi sono al sicuro, non hanno da temere il "naufragio eterno" che sarebbe la perdita di Dio. Ciò che conviene sottolineare - qui, come nella promessa di Fourvière - è lo scopo: la salvezza, la mia salvezza e la salvezza degli altri, "salvare le anime".

B. Creare una "nuova Chiesa"

Colin non smette mai di stupirci. Un bel giorno del 1846, egli esce pure con questa constatazione: "La Società deve ricominciare una nuova Chiesa... in qualche maniera, sì, noi dobbiamo ricominciare una nuova Chiesa. La Società di Maria, come la Chiesa, comincia con degli uomini semplici, poco istruiti, poi la Chiesa si è sviluppata e ha abbracciato tutto; anche noi dobbiamo riunire tutto attraverso il nostro terz’ordine...". In questa dichiarazione piena di audacia, notiamo uno sguardo rivolto verso l'esterno, verso il mondo, verso la Chiesa: il nostro scopo è di rinnovare la Chiesa, di riaccendere la fede dei cristiani, di partecipare alla proclamazione del messaggio di salvezza di nostro Signore Gesù Cristo. Notiamo anche che secondo Colin è attraverso i laici maristi e con loro che noi potremo compiere questa missione universale.

II. I laici nella visione coliniana: "La Confraternita... per la Conversione dei Peccatori e la Perseveranza dei Giusti".

A. Ideale monastico o ideale missionario? terz’ordine o Confraternita?

Per precisare la visione coliniana nei confronti dei laici, ci si può domandare se si tratta di un ideale monastico o di un ideale missionario. Riconosciamo che il contrasto tra "monastico" e "missionario" possa sembrare artificiale, per il fatto che, talvolta, i monaci sono missionari e che i religiosi apostolici conservano tratti dell’origine monastica della vita religiosa. Per meglio situare i laici del progetto marista, bisognerebbe forse vedere il contrasto tra la tendenza centripeta degli uni e la tendenza centrifuga degli altri. Dobbiamo anche porci la domanda parallela; si tratta di terz’ordine o di Confraternita? Questione difficile, questa, in cui le diverse sfumature attribuite a questi due termini rischiano di farci cadere nella confusione. Per arrivare ad una soluzione, esaminiamo le testimonianze offerte dalla nostra storia.

1. I primi testimoni

Il Padre Courveille, che aveva occupato un posto preminente nella formazione del progetto marista al seminario S. Ireneo di Lione e aveva firmato la promessa di Fourvière con gli altri "aspiranti", si trovava a Verrières l’anno seguente alla sua ordinazione sacerdotale. Nel piccolo seminario di questo villaggio, si costituiva un'associazione in onore della Santa Famiglia, e sappiamo che Courveille voleva farne "il terz’ordine dei Mariisti". Notiamo il nome dato, anche se l'iniziativa di Courveille non ebbe seguito.

Nel luglio 1833 Marcellino Champagnat fa allusione a "l'idea del terz’ordine del signor Colin" in una lettera a mons. Devie, vescovo di Belley. Siamo ancora ai primi passi.

2. Primi documenti

Il mese successivo, cioè nell'agosto 1833, Giovanni Claudio Colin parte per Roma portando con sé una supplica, firmata da tutti gli aspiranti maristi e accompagnato da due di loro: Giovanni Antonio Bourdin e Pietro Chanel. Un'altra supplica di questi tre pellegrini maristi presenterà il "terz’ordine di Maria" al Papa Gregorio XVI e gli domanderà per questo una serie di indulgenze. Durante questo primo soggiorno a Roma, Colin redigerà altri documenti: il Summarium, un riassunto delle Regole della Società di Maria, una memoria sulla Società e una seconda supplica in favore della "Confraternita dei fedeli dei due sessi". Questi documenti sono i primi che descrivono le idee del fondatore sulla Società di Maria con i suoi diversi rami, sugli scopi proposti e sulla missione delineata. La "Società di Maria" descritta nel Summarium comprende "più ordini religiosi": preti, fratelli, suore e la "confraternita dei laici che vivono nel mondo"; essa è costituita da questi diversi rami uniti sotto un solo superiore generale.

Fino a questo momento il nome "terz’ordine" sembra dominare. Si seguiva il modello degli ordini francescani o domenicani? E' possibile, ma bisogna anche considerare l'influenza di un libro ben conosciuto da Colin, quello di H. M. Boudon, Dio solo, che propone una larga associazione spirituale, non limitata ai preti e ai religiosi. Vicino forse questo all'idea di una confraternita per i laici? Sappiamo che durante questo primo soggiorno a Roma, Colin apprende che (per la sua Società) non può trattarsi di "ordini"; i religiosi maristi formeranno delle "congregazioni" poiché viene loro proposta la professione di voti semplici e non quella di voti solenni pronunciata negli "ordini". Una quarantina d'anni più tardi, nell'ottobre 1874, Colin dirà al giovane padre Alfonso Cozon: "Questo terz’ordine, è con questo nome che io lo chiamo per indicarlo, non è un terz’ordine; noi non siamo un "ordine", non possiamo avere un terz’ordine. E' una confraternita, una società, soliditas, confraternitas". Nel 1833 Colin non sembra esitare: al "terz’ordine di Maria" utilizzato nella supplica particolare del 26 agosto sarà sostituito quello di "Confraternita dei laici che vivono nel mondo" nel Summarium di dicembre. Permettetemi di inserire qui la risposta data il mese successivo, il 31 gennaio 1834, nel rapporto del Cardinale Castracane. Il Cardinale trova troppo complicato e poco pratico il piano di mettere tre congregazioni sotto un unico superiore generale e si mostra nettamente ostile all'idea di una confraternita marista: "Quanto sia stravagante ed irregolare il progetto di questa confraternita". Egli trova stravagante e irregolare questo progetto di estensione universale di una confraternita così sottratta alla autorità dei Vescovi. Ma malgrado tutto questo - ancora una sorpresa! - in risposta alla domanda di indulgenze, i tre brevi di Gregorio XVI, datati il 12 e il 14 agosto 1834, benedicono la confraternita costituita a Belley, accordandole indulgenze. Quanto al progetto di una società a molteplici rami, niente da fare; non è che all'inizio del 1836, con l'accettazione delle missioni dell'Oceania occidentale che la sola congregazione dei sacerdoti riceverà l'approvazione della S. Sede.

Riprendiamo la domanda posta: nel ramo dei "laici che vivono nel mondo", Colin avrebbe voluto far emergere l'aspetto monastico, centripeto, oppure l'aspetto missionario, centrifugo? Notiamo che già nella supplica del 26 agosto 1833, al nome "terz’ordine di Maria" Colin aggiungeva la qualificazione: "Sotto il titolo di Confraternita della Madre di Dio per la conversione dei peccatori e la perseveranza dei giusti". Quest'ultimo titolo, titolo preferito che utilizzerà ancora nel 1874 nelle costituzioni della Confraternita sembra ben indicare uno scopo piuttosto missionario.

3. Continuare l'opera della missione parrocchiale

Uno sguardo sull'esperienza dei primi padri maristi può illuminare il problema. Quando il padre Stefano Déclas arriva a Cerdon per unirsi ai padri Pietro e Giovanni Claudio Colin, essi incominciano a predicare le missioni nei paesi del Bugey. Durante queste missioni, la gente ritornava alla pratica religiosa che aveva abbandonato da anni. Ma come rendere stabile e continua l'opera della missione? Non era possibile che attraverso la gente di questi paesi, coloro che restavano sul posto dopo la partenza dei missionari. Ecco come Giovanni Claudio Colin comprese il ruolo che dovevano assumere i laici nel progetto marista. Così nella sua supplica dell'inverno 1833-1834, egli domandava alla S. Sede "il permesso di istituire, durante le missioni e nei luoghi dove venivano fatti dei ritiri, la confraternita sotto gli auspici della S. Vergine... sotto il titolo di Confraternita della Vergine Maria per la conversione dei peccatori e la perseveranza dei giusti, di dirigerla dopo la sua erezione, con l'accordo e la benedizione dei Vescovi del luogo, e di riunire in questa confraternita i fedeli dei due sessi, scrivendo i loro nomi nel libro previsto a questo scopo". (Notiamo l'importanza, sebbene minore, che Colin dava all'iscrizione dei nomi in un registro. Qualche volta, il piccolo quaderno dei nomi è il solo testimone dell'esistenza di una fraternità della Confraternita).

Un ideale centrifugo è incontestabile nell'affermazione, all'inizio di questa supplica, che i membri "si propongono, in unione con i missionari della stessa Società, di concorrete attraverso la loro preghiera, i loro consigli e tutti i loro migliori mezzi, alla conversione dei peccatori e alla perseveranza dei giusti". Colin prevedeva chiaramente che i laici avrebbero avuto la loro parte nella missione marista.

4. Un ulteriore testimonianza

Aggiungiamo la testimonianza di padre Alfonso Cozon, che, tra il 10 febbraio 1872 e il 27 settembre 1875, ebbe numerosi incontri con il padre Colin durante i quali quest'ultimo aprì liberamente il suo cuore per parlare delle sue idee sui laici maristi. Nel 1880, cinque anni dopo la morte del fondatore, Cozon credette di dover comunicare in un postulato al capitolo dei Padri "ciò che egli mi aveva confidato perché fosse trasmesso". Sul soggetto che ci riguarda il passaggio seguente è illuminante:

"Nel pensiero del Fondatore il terz’ordine non dev'essere rinchiuso entro i limiti della Società. Deve essere in un certo senso un'opera all'esterno della Società, alla quale la Società deve comunicare il suo proprio spirito che è lo spirito della Santa Vergine. Il suo sviluppo non deve dunque essere ristretto alle dimensioni della Società; noi non dobbiamo trattenerlo nelle nostre mani, ma soltanto farcelo passare. Non è dunque uno degli ingranaggi della Società, non deve irradiarsi per così dire intorno a noi, come un pianeta intorno alla sua costellazione, ma irradiarsi nella Chiesa. Non è dunque un mezzo prezioso per aiutate la Società interessandovi pii fedeli, ma è un mezzo per estendere la sua azione nel mondo, di tale maniera che lo stesso impulso che parte da Maria, passando attraverso i padri e i membri del terz’ordine, vada a perdersi nella Chiesa senza alcun tornaconto personale".

Con una tale dichiarazione, non può restare alcun dubbio circa la tendenza centrifuga - missionaria - individuata da Colin per il ramo secolare dei Maristi.

B. Confraternite (Confraternitates)

1. Prospettive coliniane

Ritornando alla questione: terz’ordine o Confraternita? Constatiamo che il ramo secolare dei Maristi - sia pure chiamato "terz’ordine" o "Confraternite" - non rientra precisamente nelle linee dei terz’ordini tradizionali; esso li supera per la più ampia visione coliniana della missione di "rendere l'universo marista".

Se ci si limita a livello del nome, si rischierebbe di rimanere nella confusione. Il nome di "terz’ordine" è usato non soltanto dai primi testimoni, ma anche dallo stesso Colin durante tutta la sua vita. Malgrado questo uso abituale, tuttavia, Colin utilizza il nome di "confraternita" nei documenti destinati alla S. Sede, a partire dalla supplica che redige a Roma nell'inverno 1833-1834. Abbiamo già rilevato le sue annotazioni a Cozon a questo proposito e il nome che egli dà alla regola "Costituzioni della confraternita o associazione sotto gli auspici della Beata Vergine Maria, per la Conversione dei Peccatori e la Perseveranza dei Giusti". Il contrasto è evidente, e voluto, con il titolo dato da padre Eymard, "terz’ordine di Maria per la vita interiore".

Sarà senza dubbio utile considerare anche il confronto fatto da Colin nel 1838 tra "la nostra confraternita del terz’ordine" e "l'arciconfraternita del Santo Cuore di Maria, istituita a Parigi, a Nostra Signora delle Vittorie, per la conversione dei peccatori". Il fondatore marista stava parlando del suo ideale "tutto il mondo sarà marista", e dichiarando: "La nostra impresa è ardita; vogliamo invadere tutto". Quando poi disse: "Signori, bisognerà scegliere tra l'arciconfraternita del S. Cuore di Maria e la confraternita del nostro terz’ordine. Da parte mia, confesso di non volere che il bene e se dovessi seguire la mia inclinazione, il mio primo sentimento, sceglierei quella del S. Cuore di Maria, precisamente perché non è la nostra. Che m'importa, purché si faccia il bene? Tuttavia, il nostro terz’ordine ha questo vantaggio che non è soltanto per la conversione dei peccatori, ma anche per la perseveranza dei giusti; di conseguenza racchiude tutti i cristiani".

Dalla sua espressione: "La nostra confraternita del terz’ordine" si vede che Colin dava poca importanza a una distinzione tra questi due termini. Ma la portata della missione marista resterà al progetto del mondo intero. Si direbbe anche che Colin non si preoccupi di tenere l'affare nelle sue mani, che egli è pronto a lasciare ad altri la realizzazione di questa missione universale, e che il solo difetto che trova nell'arciconfraternita del S. Cuore di Maria è che lo scopo di questa non è abbastanza ampio.

2. Le confraternite nella storia della Chiesa

Le confraternite compaiono nella storia della Chiesa fin dai primi giorni del secondo millennio. Non è qui il posto per narrare tutta la storia, del resto molto interessante; permettetemi di inviarvi a studi approfonditi come quelli di André Vauchez. Tuttavia approfitteremo di uno sguardo su alcuni punti di riferimento in questa storia.

a. Qualche punto di riferimento

Le confraternite sono da situare all'interno del vasto movimento associativo che caratterizza l'alto Medio Evo e di cui le manifestazioni portano vari nomi: universitas, confraternite, movimenti di pace, comuni. C'è, ad esempio, la confraternita della Vergine del Puy, cominciata nel 1182 per iniziativa di un semplice carpentiere, Durand de Orto; nata dal desiderio dei contadini di vedere ristabilirsi un po' di ordine nelle campagne dell'Alvernia, si orienterà più tardi contro le ingiustizie del sistema feudale. In quest'epoca, ci troviamo di fronte ad un brulichio di iniziative comunitarie tanto sul piano professionale che su quello politico e anche militare, tra le quali è talvolta difficile, tenuto conto della documentazione di cui disponiamo, distinguere chiaramente la natura specifica di una particolare associazione.

E' evidente tuttavia, nell'undicesimo e dodicesimo secolo, che la "penitenza" è stimata come genere di vita e ideale che risponde alle aspirazioni dei fedeli. (Capiamo che la penitenza non è soltanto una sanzione, è diventata una scelta possibile per coloro che aspirano alla perfezione senza sperare o poter entrare nella vita monastica). Lo sviluppo del XII secolo non ci sorprende: il movimento penitenziale prende in numerosi casi una dimensione comunitaria che si esplica attraverso l'ideale "apostolico" che conobbe allora il più vivo successo in Occidente. Dalla congiunzione di questi temi - ideale penitenziale di ispirazione monastica e ideale "apostolico" diffuso dai canonici regolari e dai predicatori popolari - sono usciti i movimenti laici. Molto diversi gli uni dagli altri, questi movimenti hanno conservato tutti le stesse preoccupazioni: il fine che perseguivano era, in tutti i casi, di riunire dei pii laici, uomini e donne, desiderosi di realizzare la loro salvezza pur restando in domibus propriis (nelle proprie case), nel mondo e in mezzo agli uomini. L'adesione a questi movimenti comportava il far propri alcuni segni esteriori, cominciando dagli abiti, che bastavano ad assicurare l’adesione; poiché non vi era, almeno all'inizio, una professione nel senso giuridico o canonico del termine, ma una semplice "professio in signis": bastava quindi vestire un certo abito per essere riconosciuto come penitente. (Si può constatare che il bianco della divisa dei medici e degli infermieri non fa che riprendere il bianco dell'abito delle confraternite il cui apostolato era di curare gli ammalati. Ai giorni nostri l'abito non è più portato come in passato, ma almeno a Siviglia, durante la settimana Santa, si può ancora vedere alcune confraternite nelle processioni i cui i membri partecipano indossando la propria divisa. Tali manifestazioni erano abbastanza frequenti a Roma fino alla fine del secolo scorso).

Nell'abito delle confraternite si troverà forse curioso che i membri tengano sempre il viso nascosto da una maschera che lascia visibili solo gli occhi, quando la confraternita esce in pubblico nelle processioni, i membri vogliono restare anonimi. La maschera è il segno dell'anonimato che i membri cercano di mantenere e che è spiegato dal principio che nessuno deve ringraziare individualmente chi compie opere buone.

Dal XIII secolo alla fine del Medioevo, l'ideale penitenziale subì un'evoluzione in seno ai Terz’ordini che in quel periodo iniziavano a svilupparsi. Ma i laici nello stesso tempo attirati dai chierici tenevano a prendere le distanze da loro. Le confraternite hanno cercato di restare autonome. Tra chierici e laici, a livello di spiritualità c'era questa differenza: le confraternite laiche davano un'importanza particolare alle opere di misericordia e al soccorso reciproco.

Dal Rinascimento, almeno nei contesti propriamente religiosi, si può constatare che la confraternita assume un ruolo per la salvezza personale dei membri, che comporta un'etica che valorizza l'azione. Allo scopo della perfezione interiore si aggiungeva quello delle opere di misericordia in favore di coloro che avevano bisogno di aiuto. La città di Roma era ben dotata - e lo è ancora ai giorni nostri - di confraternite per le più svariate opere: ragazze in pericolo, vecchi abbandonati, bambini esposti, pellegrini convalescenti, soccorso ai prigionieri, mantenimento dei cimiteri, ricerca dei morti non sepolti uccisi dai briganti, dalla malaria o annegati nel Tevere. Segnaliamo anche la confraternita di S. Giovanni Decollato, stabilitasi all'inizio a Firenze, poi a Roma nel 1480; l'opera dei suoi membri era di parlare con i condannati a morte, di cercare di effettuare la loro conversione, di accompagnarli al luogo del supplizio e infine di seppellirli degnamente; la loro cappella si trova ancora tra il Foro Romano e il Tevere. Le confraternite di vecchio stile, vanno diminuendo, beninteso. Nel XVI secolo un terzo della popolazione di Roma ne faceva parte; alla fine del XIX secolo a Roma erano ancora attive 200 vecchie confraternite; oggi ne restano una trentina. Ce ne sono, tuttavia, che si rinnovano e chiedono ai giovani di entrare a farne parte, adattando i loro apostolati ai bisogni attuali: qualche gruppo si occupa della formazione professionale dei giovani; altri cercano di far fronte all'uso della droga e di aiutare i tossicodipendenti; una confraternita opera molto attivamente per mantenere le relazioni con gli Ortodossi; un'altra si dedica all'assistenza sanitaria: le ambulanze, le donazioni di sangue, la formazione degli infermieri.

b. Paragone con la confraternita marista

Sarebbe forse interessante se si potesse dire che Colin è stato cosciente di questa storia, ma è molto probabile che, come i suoi contemporanei, egli non conoscesse grandi cose delle confraternite dei secoli precedenti. Del resto, in tutta questa storia, ci sono tante cose curiose, anche estranee alla nostra cultura della fine del ventesimo secolo, che noi potremmo dire che le confraternite e i terzi ordini non hanno nulla a che fare con noi, né con la nostra Chiesa, né con la nostra missione odierna. E tuttavia, guardiamo da più vicino e proviamo a ritrovarci nel filo di questa storia.

L'abito mascherato delle confraternite può ben sbigottirci! Ma non è vero che i nostri contemporanei, e anche i giovani, domandano anche il rito e i simboli? Non avete visto i giovani, sia ragazzi che ragazze, che portano gli anelli agli orecchi? Ricordiamo l'evoluzione dell'abito delle confraternite agli scapolari e alle corde dei terzi ordini, fino alla medaglia dei laici della famiglia marista. Si sa che Colin non dava molta importanza alla forma particolare - che questa fosse lo scapolare o la medaglia - ma egli riconosceva il valore del segno, dell'emblema.

Parliamo ancora della maschera delle confraternite, segno dell'anonimato nelle loro opere di misericordia. Non è quello che vogliono i Maristi restando "sconosciuti e come nascosti", "ricercando non i loro propri interessi, ma unicamente quelli di Cristo e di Maria"?

In mezzo all'individualismo dei nostri giorni, del disprezzo contemporaneo di tutto ciò che non è familiare, non c'è sempre il bisogno di associarsi, di aiuto reciproco - sul piano spirituale come anche in quello materiale? Non si cammina soli sulla via che conduce alla salvezza. Il vero cristiano non aggiunge al desiderio della perfezione spirituale il bisogno di esercitare l'amore nelle opere di misericordia? Se noi Maristi chiamiamo Maria madre delle misericordie, non crediamo, come Colin, che noi siamo anche gli strumenti della misericordia di Dio?

Si sa che con la nascita dei terzi ordini, alcuni gruppi di laici passavano sotto il controllo di un ordine, fosse francescano, fosse domenicano o fosse un altro; malgrado ciò constatiamo che spesso le confraternite cercavano di restare autonome. Il desiderio di autonomia era più forte, sembra, presso le confraternite in cui l'orientamento alle opere di misericordia conservava la sua importanza. Molto meglio per essi, si dirà, ma quale parallelo c'è con noi Maristi? Ritorniamo alla visione coliniana: il progetto marista comporta più rami, tra i quali quello dei "fedeli che vivono nel mondo". I laici hanno la loro parte nella missione marista, ma questo non è un ruolo subordinato che essi hanno da giocare. Permettetemi di riprendere la citazione d’Alfonso Cozon che dichiara che la confraternita o il terzo ordine "non è uno dei raggi della Società, non deve irradiare intorno a noi, come un pianeta intorno alla sua costellazione, ma deve irradiare nella Chiesa. Questo non è un mezzo prezioso per aiutare la Società interessando dei pii fedeli, ma è un mezzo per estendere la sua azione nel mondo".

La lista delle opere rischia di portarci fuori strada. Non ci sono più molte occasioni per cercare i morti senza sepoltura uccisi dai briganti o annegati nel Tevere, nella Senna, nel Rodano o nella Coise. Non diremmo che la manutenzione dei cimiteri non è più affare nostro? E tuttavia! Non troviamo dei vecchi abbandonati nelle nostre strade? E gli abitanti delle nostre prigioni sono tutti insensibili alla misericordia di Dio? Le occasioni della misericordia non mancano! In America ci sono dei cristiani che vanno a trovare i condannati a morte per parlare loro del perdono di Dio, per aiutarli ad accostarsi più degnamente ad un morte certa. A Torino dei laici maristi - nostri simili, nostre sorelle e nostri fratelli - si occupano di giovani donne in difficoltà - delle donne incinte e delle madri sole con un figlio - per ricostruire con esse un modello di ambiente familiare, per poter riprendere il cammino proprio della loro vita. Una laica marista tedesca si è trasferita a Dassau per insegnare in una scuola cattolica, in un ambiente scristianizzato dell'est del paese. E ancora: c'è tutta una serie di esempi contemporanei che si troveranno citati nel libro Comme un pont.

III. Tradizione marista: unità e collaborazione

E' per meditare la nostra missine "sotto il nome di Maria e sotto i suoi auspici" che noi siamo qui riuniti. Ci si propone di metterci "insieme per la missione". Per considerare una tale collaborazione, iniziamo dalle nostre origini nelle quali noi ritroveremo una certa unità nelle ispirazioni fondatrici e lo spirito che ne sgorga. Noi vedremo in seguito qualche traccia della collaborazione ispirata e facilitata da questa unità.

A. Unità di ispirazione fondatrice, di spirito

La promessa di Fourvière è il manifesto dei primi Maristi: annuncia il loro spirito e la loro missione. Notiamo che questa dichiarazione non fa alcun accenno a rami o divisioni, ma l'organizzazione del progetto va presto a manifestarsi. Nel giro di qualche mese Champagnat accogli i primi due fratelli; il laico Aloys Perrault-Maynand si dice marista; Giovanna Maria Chavoin riunisce la comunità delle religiose a Cerdon. I preti, soggetti alla giurisdizione dei vescovi, devono tuttavia attendere nove anni prima di potersi riunire insieme e venti anni prima di riceve la loro carta di approvazione.

Ricordiamo che Giovanni Claudio Colin si reca a Roma nel 1833 con Giovanni Antonio Bourdin e Pietro Chanel per sottomettere il progetto marista. La "Società di Maria" che essi presentano comprende "più ordini": preti, fratelli, suore e "laici che vivono nel mondo"; essa è composta da più rami uniti sotto un solo superiore generale, come i rami uniti al tronco di un albero. Si sa che la risposta del cardinale Castracane del 31 gennaio 1834 non accetta il progetto di unione di tre congregazioni sotto un unico superiore generale. Il progetto primitivo è bloccato.

B. Collaborazione - tradizione marista

Se l'unione formale dei diversi rami maristi è impedita, le ispirazioni fondatrici e lo spirito di Maria restano tuttavia il lascito di tutti i Maristi. Dai primi giorni della loro storia, i rami maristi si identificavano in modo paritetico come l'opera di Maria. Si sa che per Colin, Champagnat, Chavoin e per gli altri primi maristi l'opera di Maria era ciò che essi facevano ed era per altro sinonimo della Società (in tutti i suoi rami) che essi si sforzavano di fondare. La collaborazione dei Maristi non ha forse mai conosciuto un'età d'oro, ma ci sono comunque alcuni punti di riferimento che conviene rilevare. Eccoli:

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  • - Champagnat invia alcune vocazioni femminili alle suore mariste di Belley;

  • - Colin affida la formazione dei fratelli coadiutori all'Hermitage (dai fratelli maristi), dove i cappellani sono quasi sempre dei padri maristi;

    - questi ultimi forniscono ugualmente dei cappellani alle case delle suore mariste;

    - un padre marista presiede i capitoli delle suore;

    - la Madre S. Giuseppe e le sue suore incoraggiano e aiutano "gli associati del Terz’ordiNe" di Belley e i "Fratelli terziari" di Lione.

    - A Lione, i laici si organizzano sotto il nome di "Fratelli terziari di Maria" ancora prima dell'approvazione canonica dei padri - con l'aiuto di preti che vogliono appartenere al progetto marista; Pompallier ne è il primo.

    - Le fraternità femminili di Lione, iniziate da Pompallier poco prima della sua partenza per l'Oceania, sono guidare da altri padri maristi, come Pietro Colin, Claudio Girard e infine Giuliano Eymard.

    - Prima della divisione definitiva delle congregazioni, i fratelli e i padri si recano insieme nelle missioni d'Oceania: nelle prime stazioni di Wallis, di Futuna e di Hokianga in Nuova Zelanda, i fratelli e i padri lavorano fianco a fianco.

    - Francesca Perroton, la prima delle suore missionarie, è incoraggiata da Eymard e accolta nel terz’ordine di Maria.

    - Le suore missionarie (del Terzo Ordine Regolare di Maria), al seguito delle loro "pioniere", lavoreranno a lungo congiuntamente con i padri nelle missioni d'Oceania.

    - Agli inizi, almeno, i padri partecipano alla formazione delle suore missionarie.

    La collaborazione è sempre stata positiva? Qualche problema si è presentato, bisogna dirlo. Riportiamo la domanda di padre Chanut circa la nuova fondazione di Verdelais, vicino Bordeaux:

    Chanut faceva richiesta di un fratello "per fare la cucina, fare le provviste all'esterno, ricevere le persone che si presentano alla porta" e un altro fratello "per i lavori pesanti, per il giardino, le terre, i prati". Tuttavia Champagnat si sentiva pressato dagli appelli di molti comuni che volevano dei fratelli istitutori; il servizio domestico s'accordava male con le sue vedute sulla vocazione dei fratelli. Succede dunque che alla domanda di Chanut, Champagnat "non ha che risposte negative".

    Sottolineiamo che ogni congregazione marista andava perseguendo essenzialmente il proprio progetto. Si potrebbe dire che con il passare del tempo ogni congregazione si sviluppava "nel suo piccolo angolo". Le fondazioni dei fratelli, delle suore e dei padri si trovavano sempre più spesso lontane le une dalle altre; i contatti tra i diversi rami maristi divenivano sempre meno frequenti. Ci si riconosceva troppo poco come sorelle e fratelli della stessa famiglia marista. Quanti fratelli maristi ignoravano che Champagnat era un padre marista, che lui e Colin facevano parte di un gruppo dopo le discussioni formatrici nel seminario di S. Ireneo, e che lui, Champagnat, aveva partecipato alla promessa di Fourvière, alle suppliche che Colin portava a Roma, alla elezione di Colin come primo superiore generale della Società di Maria e alla professione dei voti a Belley nel 1836? E ancora, in quanti paesi i padri maristi erano appena coscienti dell'esistenza delle suore mariste? Essi non avevano mai incontrato una sola suora marista! In Francia, almeno, i fratelli, i padri, le suore e le suore missionarie si conoscevano! E in Oceania, i padri e le suore missionarie hanno conosciuto un lungo periodo in cui erano veramente insieme per la missione. Ma in generale la collaborazione diventava piuttosto rara.

    Con la rinascita di una "coscienza comune", resa possibile attraverso le pubblicazioni uscite dalle ricerche storiche, le congregazioni mariste hanno iniziato a ritrovare la via marista nella quale essi potevano riconoscersi. Meglio illuminati dal passato e dallo spirito comune che ci anima, presenteremo delle possibilità tra le quali noi vorremmo seguire la volontà di Dio.

    IV. La collaborazione oggi e domani

    A. Che cosa si intende per "collaborazione"?

    La parola "collaborazione" ammette delle sfumature che non bisognerebbe far passare sotto silenzio. La collaborazione potrebbe essere una felice associazione di soci in ugual misura in una impresa nella quale ciascun gruppo - diciamo qui ogni ramo della famiglia marista - riconosce un bene da compiere ed il suo proprio contributo per lo scopo riconosciuto. E' una visione da mantenere. Ma riconosciamo anche che la parola "collaborazione" può avere una sfumatura piuttosto spiacevole. Non si utilizza questa parola per descrivere la cooperazione della popolazione con una armata di occupazione? E anche in mezzo a noi, la parola potrebbe far nascere i sospetti che la "collaborazione" vorrebbe dire giocare un ruolo inferiore, secondario. E' evidente che una vera collaborazione è da sostenere, ma noi vogliamo ad ogni costo evitare l'intrusione di una nociva sfumatura di subordinazione.

    B. La collaborazione dei religiosi e delle religiose

    Oggi si parla di apostolato cooperativo nel quale alcuni Maristi delle diverse congregazioni si propongono di lavorare insieme. Sono dei progetti che meritano la realizzazione perché essi derivano da una identità marista che oltrepassa i limiti canonici delle congregazioni. Si sono già fatte degli esperimenti: a Brooklyn, uno dei cinque dipartimenti di New York, i padri, avendo accettato una parrocchia in un quartiere povero, hanno voluto formare una équipe pastorale che fosse composta da fratelli e da suore missionarie. In Scozia, si è sperimentato una comunità di fratelli, suore e padri per una casa di esercizi spirituali. In Germania orientale, le suore mariste, le suore missionarie mariste e i padri si stanno stabilendo, come in missione, nella stessa diocesi. Si è già acquisito una certa esperienza della collaborazione delle religiose e dei religiosi. Sembrerebbe che si sia in grado di tracciare un bilancio: quali sono i successi da ripetere, da rinnovare? quali sono gli scacchi da evitare?

    C. La collaborazione dei laici e dei religiosi/religiose

    1. La collaborazione dei laici in un'opera di religiosi/religiose

    Quanto alla collaborazione dei laici maristi e dei religiosi e o delle religiose mariste, la questione può porsi in due maniere. Normalmente, suppongo, si pensa a un'opera fondata dalle suore o dai fratelli o dai padri, nella quale questi ultimi sollecitino il concorso dei laici: per esempio, una parrocchia, un collegio. Il compito sarebbe quello di valorizzare il contributo proprio dei laici alla missione di questo collegio, di questa parrocchia. Tra gli esempi di una tale collaborazione, sarebbe permesso pensare ai tentativi dei padri francesi nei loro collegi di Lione e di Ollioules, presso Tolone. Nelle parrocchie, ci sono molti esempi di partecipazione attiva dei laici nelle opere parrocchiali. Io conosco alcune di queste parrocchie mariste: negli Stati Uniti, quella di Honolulu (Hawaii) e di Gramercy, in Louisiana; e non dimentichiamo quella di Nostra Signora di Francia, a Londra. Ma ce ne sono tante altre...

    2. La collaborazione dei religiosi/religiose nella missione dei laici

    Si potrebbe pensare anche ad una collaborazione delle mariste e dei maristi religiosi nella missione dei laici maristi. Il nostro confratello Edwin Keel propone che è compito dei padri, delle suore e dei fratelli maristi "d'aiutare i laici nella loro propria missione, che è la missione della Chiesa: testimoniare la Parola nel mondo, evangelizzare il mondo". Questo fa pensare alla visione coliniana del ruolo dei preti di fronte ai laici maristi; Cozon l'ha espresso così: "Come Maria che dopo l'ascensione del suo divin figlio era l'anima della Chiesa e tuttavia la serva degli apostoli, noi ci consideriamo allo stesso modo come dei servi e non come dei maestri, degli aiuti e non dei conduttori".

    Essere "degli aiuti e non dei conduttori" dei maristi laici nella loro propria missione di "evangelizzare il mondo": cosa inaudita per alcuni; una sorta di collaborazione che condurrebbe molti tra di noi a un rovesciamento delle prospettive. Si tratterrebbe, innanzi tutto, di comprendere e di definire la propria maniera di "testimoniare la Parola nel mondo". Il quarto capitolo del libro Come un ponte potrebbe forse aiutarci a cominciare i nostri tentativi o a spingersi più lontano. Si arriverà, poco a poco, a sapere cosa fare e come fare. Occorrerà anche, senza dubbio, una certa riflessione sulle nostre culture e sulle nostre comunità. Le testimonianze, le manifestazioni della misericordia possono cambiare a seconda dei contesti nei quali noi dobbiamo vivere, lavorare e collaborare. Sta a voi, soprattutto a voi laici, trovare l'espressione concreta di una tale collaborazione.





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