Ritiri Spirituali

 


di P. Paolo Ballario

 

 

Divagazioni a sfondo storico sul luogo

 

Il secondo turno del Ritiro annuale dei Padri e Fratelli Maristi italiani ha avuto luogo dal 29 agosto al 3 settembre nel convento San Sosio dei Padri Passionisti, a Falvaterra.

Il luogo, a prima vista, non dice molto. L’aspetto positivo che si coglie subito è che Falvaterra si trova in Ciociaria. Una terra abitata da gente che per lungo tempo ha portato le ciocie, una calzatura rustica costituita da una suola di cuoio fissata con nastri al piede e al polpaccio. Gente robusta, energica, religiosa, amante del lavoro e delle feste che vengono allietate da canzoni popolari e stornelli. Chi, però, ha la fortuna di avere seguito, seppure in misura modesta, studi letterari e storici, non tarda a rendersi conto, arrivando sul posto, di trovarsi in un luogo ricco di richiami a fatti e avvenimenti importanti del passato. Siamo innanzitutto nel centro del territorio dei Volsci. Un popolo, quello dei Volsci, piccolo ma estremamente fiero, di origine osca, che risiedeva nella parte meridionale della pianura laziale, mentre la parte settentrionale delle medesima pianura era occupata dal Latini con le loro città principali di Tibur (Tivoli), Praeneste (Paletrina), Tusculum (presso l’odierna Frascati), Velitrae (Velletri). La Repubblica romana, al suo inizio nel sec.V a.C., cacciati i re e infranto il dominio etrusco, trovò subito in questo popolo dei Volsci, un ostacolo quasi insormontabile per estendere il suo dominio in tutto il Lazio e per percorrere l’antichissima Via Latina verso la Campania. I Volsci, approfittando delle lotte che erano sorte tra Roma e la Lega delle città latine, dilagarono in tutta la pianura del Lazio. Per difendersi contro questa minacciosa aggressione fu conclusa un’alleanza tra Romani e Latini, e fu scelto come centro sacrale di questa alleanza il vetusto santuario di Giove Laziale sul Monte Cavo (Albano). Gli scontri con i Volsci dovettero tuttavia essere molto duri e cruenti a giudicare dalle frequenti allusioni ad essi, contenuti nella tradizione latina più antica e, soprattutto, in Livio. Tradizione, del resto, che collega alla guerra contro i Volsci la figura leggendaria di Coriolano a cui s’ispirò W. Shakespeare nell’omonima tragedia. Una delle più importanti piazzeforti dei Volsci, che portava il nome di Fregellae, è l’attuale Ceprano. Affacciandomi alla finestra della mia camera, nel convento di San Sosio, io vedevo verso sud, su uno sperone della montagna, Falvaterra; verso nord, proprio dirimpetto a Falvaterra e a pochi chilometri da essa, Ceprano. Col tempo, la grande Fregellae, una delle più cospicue città italiche dopo Roma e Capua, si trasformò in un piccolo e povero villaggio e cominciò ad essere designata col nome di Ceparianum dal fondo della famiglia Ceparia. La sua storia, tuttavia, non era finita. L’importanza sua nel Medioevo non venne meno perché costituiva un punto nevralgico quale città fortificata ai confini dello Stato della Chiesa col Napoletano, passaggio obbligato tra il Centro e il Meridione, alla confluenza del fiume Sacco nel Liri. Fu luogo d’incontro, infatti, tra il Papa Gregorio VII e Roberto il Guiscardo (29 giugno 1080). In quella circostanza il papa Gregorio VII, confermando quanto aveva già promesso il Papa Nicolò II a Melfi (1059), riconosceva l’autorità dei Normanni sull’Italia meridionale: una decisione d’enorme importanza politica. È a Ceprano che Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II di Svevia, nel 1266, con fiducia nelle proprie forze, attese Carlo d’Angiò, invitato dai Papi a scendere in Italia contro di lui, ma tradito dai baroni siciliani, dovette retrocedere fino a Benevento e il 26 febbraio 1266 sul campo cercò e trovò morte gloriosa, com’è a tutti noto a causa dei famosi versi dedicatigli da Dante nel canto III del Purgatorio.

Al di là di Ceprano, sempre in direzione nord, io scorgevo il profilo delle colline su cui sorge Arpino, essa pure città volsca, famosa per aver dato i natali a Gaio Mario, console romano, vincitore del re di Numidia Giugurta, celebre per aver portato a termine una riforma dell’esercito romano, che doveva procurargli un posto durevole nella storia: la più terribile macchina di guerra che il mondo avesse mai conosciuto, con la quale, insieme al collega Quinto Lutezio Catulo, travolse i Teutoni e i Cimbri (102-101 a.C.). Di Arpino, è perfino inutile dirlo, è il grande oratore Cicerone. Spostando, invece, dal convento lo sguardo verso est, s’intravedevano, a distanza di alcuni chilometri, altre due località che godono di un grande fascino. Aquino, patria del più eminente teologo del Medioevo, San Tommaso, e Cassino con la sua celebre abbazia.

Non ci mancavano, quindi, nei momenti di sosta, le occasioni per evadere nel passato e per ammirare sempre di più le glorie di questa pianura laziale che si estende a sinistra del Tevere con i suoi colli Albani, Lepini e Ausoni, dove si è andato formando, oltretutto, nel corso dei primi secoli della Repubblica romana, quel sistema di valori noto come mos maiorum (costume degli antenati), vero e proprio fondamento della civiltà romana, patrimonio e ideale della tradizione, con una spiccata tendenza alla frugalità, all’austerità, all’onestà, alla fiducia, alla forza d’animo, verso cui i Romani ebbero un atteggiamento di costante venerazione.

 

 

Il Fondatore dei Passionisti

 

 Ho già accennato al convento dei Padri Passionisti dove si sono svolti gli Esercizi Spirituali. Attualmente questo vasto edificio, con annessa chiesa in stile barocco, è stato trasformato in Casa d’Accoglienza. Ma la sua storia non è così recente. La costruzione risale agli anni 1750-51 ed è stata voluta dal Fondatore dei Passionisti, San Paolo della Croce. L’ultimo biografo di questo Santo, il Padre Gabriele Cingolani, afferma nel suo libro, pubblicato nel 1997, che San Paolo della Croce non è molto conosciuto dal popolo cattolico e perfino i sacerdoti lo confondono a volte con San Giovanni della Croce. È vero! Io stesso non sapevo quasi nulla della vita di questo Santo e ignoravo che fosse nato nella provincia di Alessandria in Piemonte, dove io pure sono nato. La sua famiglia, molto numerosa, era di nobile origine ma ormai decaduta e gravava, sotto l’aspetto economico, sul lavoro del padre che esercitava un’attività di carattere commerciale. Paolo, nato il 3 gennaio 1694 a Ovada da Luca Danei e Annamaria Massari, trascorre un’infanzia normale di cui mancano fonti. Anche l’adolescenza, segnata da uno studio intenso, e la prima giovinezza, non sono caratterizzate da fatti straordinari. Ma all’età di 20 anni, tra il 1713 e il 1714, Dio irrompe, non si sa neppure come, nella sua vita, ne prende in mano le redini e ne dirige la rotta. Egli avverte che Dio lo vuole tutto per sé e risponde col desiderio di una vita santa e perfetta, pur ignorando ancora quale possa essere la volontà di Dio su di lui. Dapprima si dedica a vita eremitica. In genere gli eremiti a quell’epoca avevano in custodia una chiesa o un santuario e abitavano nell’annesso oratorio. Paolo si convinse, però, che questa non era la sua vocazione. La sua vera vocazione si manifesterà negli anni seguenti attraverso esperienze mistiche e con l’accesso al sacerdozio. Egli definirà, poi, il suo carisma personale con queste parole: promuovere il ricordo della passione di Cristo nella Chiesa e nel mondo attraverso la predicazione di missioni popolari nei luoghi più difficili, dove la gente è più abbandonata. La nascita giuridica della congregazione dei Passionisti avverrà il 15 maggio 1741 con il rescritto dell’approvazione della Regola da parte del Papa Benedetto XIV. Il Santo, dandone notizia a sua madre, l’avverte che d’ora in poi non si chiamerà più Paolo Danei, ma Paolo della Croce. E sarà lui a formare i primi duecento religiosi della Famiglia che ha fondato; predicherà duecentocinquanta missioni e aprirà quattordici conventi, tra cui San Sosio di Falvaterra. Muore il 18 ottobre 1775. Viene canonizzato da Pio IX nel giugno del 1867. Le sue spoglie sono traslate nel nuovo tempio costruito sulla destra della basilica dei Santi Giovanni e Paolo sul Celio, a Roma, nel 1880.

È consuetudine, nel corso dei nostri ritiri, di leggere un libro di spiritualità nella prima parte del pranzo e della cena. La scelta quest’anno era scontata: la Vita di Paolo della Croce di P. Gabriele Cingolani. Una pagina di questa vita mi ha particolarmente colpito per il suo sapore d’attualità. Vale la pena di riprodurla:

 

Dio non si può stare solo a contemplarlo. Quanto più ti accosti a lui, tanto più senti il bisogno di fare qualcosa per gli altri nella storia. Anche per reagire alle tentazioni contro la fede, Paolo crede di cogliere un’altra indicazione di Dio nel desiderio improvviso di morire martire per la fede, partecipando all’ultima crociata. L’8 dicembre 1714 i turchi dichiarano guerra alla repubblica di Venezia per la riconquista del regno di Morea, odierno Peloponneso in Grecia. È l’ennesima minaccia dell’islam all’occidente, quindi alla cristianità. Hanno già radunato centomila soldati sulla sinistra del Danubio a Pancsova. I cristiani riescono ad aggregarne solo sessantamila, al comando del principe Eugenio di Savoia. Venezia cerca aiuti in Italia e in Europa, e il papa Clemente XI invita i governanti cattolici a collaborare. Si ricrea lo spirito delle crociate che coinvolge spiriti generosi. Paolo Danei è tra questi. Sente nell’intimo che arruolarsi può essere un modo di rispondere a Dio che lo chiama a spendersi per lui nella storia. Convince i familiari che è bene andare. Tutti ne condividono la motivazione di fede. Turchi e musulmani sono ritenuti nemici della Chiesa. Combatterli è considerata una testimonianza di fede cristiana capace di accendere l’idealità giovanile, come oggi marciare per la pace o fare volontariato per i più deboli. Nessuno mette in discussione se sia cristiano o meno. Paolo confluisce a Crema, dove le truppe del nord si addestrano in attesa di partire per il fronte […]. Non è quello che Dio vuole. Lo capisce pregando in una chiesa della città dove si fanno le quarant’ore […]. Ritorna a lavorare per l’azienda paterna di commercio…

 

Ho trovato questa pagina interessante perché fa comprendere come gli ideali cristiani siano sempre quelli indicati da Gesù nel Vangelo: il Regno dei cieli, l’amore di Dio e dei fratelli. Il cammino per raggiungere queste mete può, tuttavia, cambiare nel corso dei secoli e assumere forme più autentiche, più genuine. È quanto è avvenuto in questi ultimi tempi.

 

 

Stimoli di riflessione per i religiosi e gli sposi cristiani

 

 In un Ritiro Spirituale è la grazia di Dio che opera sugli animi attraverso l’ascolto della sua Parola, attraverso la riflessione, la liturgia, il canto, la preghiera, la confessione. Uno strumento fondamentale di cui si serve Dio in quei giorni è, però, anche il predicatore, colui che riveste il ruolo di guida negli Esercizi. In questo campo il Padre Provinciale, Mauro Filippucci, ci ha riservato una sorpresa: un predicatore laico, Nello Dell’Agli che vive, tuttavia, in una piccola fraternità a Ragusa. Dottore in teologia e psicoterapeuta, è docente di psicologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione della LUMSA, di psicologia pastorale presso la Facoltà di Sicilia e il Pontificio Ateneo Antoniano di Roma. Queste informazioni possono subito aiutarci a intuire quale sarebbe stato il taglio delle meditazioni: meditazioni brevi, seguite dal dialogo, basate sui contributi offerti dalle scoperte più attuali di psicologia e psicoterapia, inseriti, però, in un contesto teologico di salvezza che tenga nel dovuto rilievo le radici ebraiche della fede cristiana, la tradizione ascetica delle Chiese d’Oriente, le esperienze dei Padri del deserto.

I risultati di questa impostazione, originale e nuova per noi, di portare avanti il discorso spirituale e relazionale, mi sembra che siano stati rilevanti. Diversi confratelli sono intervenuti nel dialogo e molte ideee espresse dal prof. Nello Dell’Agli - già sviluppate da lui, del resto, in un libro dal titolo Lectio Divina e Lectio Humana (ed. Dehoniane, Bologna 2005) - ci sono parse persuasive. Mi permetto di proporre due o tre riferimenti concreti per consentire ai lettori di comprendere quali fossero i contenuti e il tenore delle meditazioni. La constatazione di fondo da cui egli parte, citando grandi personalità nel campo della psicologia, è la seguente:

 

Stiamo vivendo un cambiamento epocale: siamo passati dalla cultura del noi alla cultura dell’io, viviamo in una società che è figlia dell’antiautoritarismo e del narcisismo: in essa soggettività e frantumazione diventano, quindi, le idee chiave per comprendere molti dei fenomeni che stiamo vivendo ed in modo del tutto particolare le difficoltà del vivere insieme. L’uomo contemporaneo è segnato dal bisogno e dalla difficoltà tragica di costruire legami duraturi e fedeli, dal bisogno e dalla difficoltà tragica di coniugare appartenenza e soggettività: in questo contesto, le categorie di relazionalità, crescita, guarigione interiore e relazionale stanno divenendo categorie fondamentali nella sua autocomprensione e impliciti appelli alla maternità della chiesa perché le valorizzi come ponti di incontro pastorale. In tale contesto, nella società e nella chiesa, è necessario impegnarsi pazientemente per riscrivere le regole del vivere insieme e per ricostruire lo sfondo spirituale che permetta di dare senso e respiro ad un tale impegno. Qualsiasi invito ad una relazionalità matura o ad una prassi di comunione rischia, tuttavia, di essere sterile se non si unisce ad un preciso impegno formativo (e non solo informativo) delle nostre chiese, il cui scopo sia quello di aiutare un numero sempre crescente di laici, religiosi e presbiteri a maturare un cuore sapienziale, capace di un discernimento maturo, e a sviluppare quelle competenze relazionali necessarie perché veramente le nostre comunità siano esperte in umanità (Paolo VI), siano scuole di comunione (Giovanni Paolo II) e si realizzi in esse l’auspicata circolarità tra Parola di Dio e vita concreta (pp.209-210).

 

Molto incisiva ed efficace, poi, la riflessione fatta a proposito del passo di Giuditta (8,26): «La vita relazionale - ha affermato - non è stata data a noi per pretendere il cambiamento degli altri, ma per imparare a conoscere noi stessi e a lavorare su di noi». Con parole più esplicite il medesimo concetto viene ribadito a p. 54 del suo libro:

 

Cominciare da se stessi significa rinunciare, nel conflitto, ad aspettare il cambiamento altrui («mio marito, mia moglie, il confratello, il Signore, etc. devono essere diversi»), e cercare le radici del conflitto presenti nel proprio cuore: così, ad esempio, bisogna imparare a vedere con lucidità che il problema non sono gli altri che mi trascurano, ma il mio sentirmi trascurato. In altri termini, si tratta di superare ogni tendenza al vittimismo, alla colpevolizzazione dell’altro e all’usargli violenza (diretta o indiretta) per cambiarlo, per imparare invece a lavorare su se stessi, per assumere responsabilmente i propri bisogni, le proprie ferite, le proprie sofferenze e portarle nel rapporto trasformante con il Signore: «il punto d’Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso».

 

E ancora, sull’argomento dell’attenzione a se stessi e al lavoro su di sé:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

Non c’è crescita o guarigione senza disponibilità ad uno sguardo limpido sul proprio mondo interiore e senza la disponibilità a lavorare sui propri conflitti interiori, lasciandosi mettere in discussione nel concreto delle proprie vicende relazionali. «Non volere che gli altri (per te) diventino cristiani migliori», ci ricorda San Francesco, e lo stesso santo ci invita a prenderci cura degli altri e ad affidarci agli altri come sono: all’interno delle inevitabili prove e degli inevitabili conflitti che la vita riserva, la crescita e la guarigione viaggiano lungo il binario della rinunzia al tentativo di cambiare gli altri, per imparare a conoscere se stessi (sopprattutto la propria parte oscura) e a lavorare sistematicamente sui propri vissuti e sui propri conflitti. «Quale parte di me viene agganciata e rivelata dal comportamento altrui?» diviene domanda fondamentale per ogni cammino che voglia essere di crescita e risanamento (p.238).

L’uomo tende a nascondersi a Dio e a se stesso (questa è la prima conseguenza del peccato) e deve, invece, tornare a rivelarsi a Dio e a se stesso, riacquistare fiducia di raccontarsi a Dio e a se stesso, assumendosi la responsabilità dei propri vissuti (p.53).

 

Un’ultima citazione, molto bella, con la quale intendo chiudere queste divagazioni su un Ritiro che a me, personalmente, è piaciuto molto. È la citazione di un pensiero del nostro predicatore sul tema dell’apertura al mistero dell’Alterità in posizione d’ascolto, che trova riscontro anche nel suo libro (p.239), partendo dalla parabola del Figlio Prodigo:

 

«Il padre allora uscì a pregarlo…» (Lc 15,28): la disponibilità ad ascoltare gli altri, le loro ragioni, i loro vissuti, i loro bisogni, le loro sofferenze e le loro critiche (!) ed in particolare la disponibilità ad ascoltare il Signore, le Sue ragioni, i Suoi vissuti, i Suoi bisogni, le Sue sofferenze e le Sue correzioni, ovvero la disponibilità ad accogliere l’appello che proviene dall’altro (anche dal suo stato dell’Io Bambino), è via maestra, al di là di quali siano state le vicende evolutive di una persona, per uscire dall’egocentrismo e dall’insensibilità, per andare verso un altruismo reale e non di facciata.