I nonni di Gerardi erano
italiani, «venduti» nel 1871 dal capitano della nave al
dittatore del Guatemala
J.R.Barrios, e dovettero fare i contadini per vivere. Juan nacque a
Città del Guatemala
il 27 dicembre 1922, entrando a far parte di quella popolazione
Guatemalteca
che non ha mai smesso di
soffrire per le ingiustizie di coloro che
si
ritengono i forti. Ordinato sacerdote svolse con diligenza la sua
missione
di uomo di Dio in mezzo ai più poveri e deboli. Così
fu consacrato vescovo
di Cobàn (Altaverapaz-Guatemala) nel 1967, nel 1974 lo troviamo
pastore della
etnia maya Quiché, in S. Cruz. La sua protesta contro
l'oppressione, messa in
atto dal Governo Guatemalteco, è forte e dura:
«
Il continente Latinoamericamo è il continente
della speranza, è il
continente dove vive il maggior numero di cattolici, è il
continente che ha
moltissime cose buone, ma è anche, senza dubbio, il
continente
dell'ingiustizia, dell’oppressione, della dominazione… L'America
Latina è un continente di ingiustizia perché la
povertà non è
una povertà voluta da Dio; non è la povertà di
cui parla Gesù: "i
poveri li avrete sempre con voi", perché la povertà di
cui la gente soffre è una povertà voluta e
indotta, frutto
dell'ingiustizia. È
una povertà effetto della impunità e della corruzione».
Il Governo lo ripaga con l'esilio
e per due anni, dal 1980 al 1982, è costretto a vivere nei paesi
limitrofi.
Dieci
anni fa non era ancora stato avviato
ufficialmente il negoziato che il 29 dicembre 1996 avrebbe portato alla
firma
degli Accordi di Pace tra governo e
guerriglia. Il Paese era ancora devastato dai sequestri, dalle
sparizioni,
dalla violenza come sistema di governo, dallo sterminio della
popolazione
civile ad opera di un esercito addestrato negli Stati Uniti alle
più
sofisticate tecniche di repressione.
Per la maggioranza dei
guatemaltechi,
il tunnel disperante della povertà e della
violazione
sistematica dei più elementari diritti sembrava senza fine.
Poi, la caduta
del Muro, la fine della guerra fredda e il conseguente mutamento di
scenario
resero non più “giustificabile” la perpetuazione della barbarie.
Le pressioni
crescenti delle Nazioni Unite e della comunità internazionale
portarono, nel
1990, alla firma del Primo Accordo che definiva l'agenda del negoziato
tra le
parti e la comune volontà di porre termine al conflitto interno
attraverso
strumenti politici.
La strada era aperta per
l'accordo successivo, firmato l'anno dopo, che sanciva l'inizio del
processo di
democratizzazione. L’alto prelato cercava di
informare
sulla drammatica realtà del Guatemala, di dare voce alla
denuncia e all'indignazione. Tuttavia, in quella terra,"parlare",
dire la verità, denunciare, significava essere oggetto di
minaccia,
intimidazione, morte.
Si verificavano spesso uccisioni
di studenti, contadini, dirigenti popolari, sacerdoti, catechisti,
attivisti di
organizzazioni sociali, uomini e donne; è stata la risposta
dell'esercito e
delle forze paramilitari, in collusione con le più alte cariche
dello Stato, a
chi osava ribellarsi.
La
Chiesa
è divenuta, negli anni, punto di riferimento autorevole per la
difesa delle
vittime e per la promozione del rispetto dei diritti umani. Molti suoi
membri,
religiosi e laici, sono stati perseguitati, torturati, uccisi. L'8
maggio
1990, l'arcivescovo
di
Guatemala, Mons. Prospero Penados del Barrio, decise la creazione
dell'Ufficio
di Servizio Sociale dell'Arcidiocesi di Guatemala (OSSAG), con
l'obiettivo di
difendere e promuovere i diritti umani,
accompagnare le fasce più deboli della popolazione in
progetti di organizzazione locale e autosviluppo,
assistere i casi di emergenza,
accogliere
gli sfollati provenienti dalle zone di più acuto conflitto.
Mons. Juan Gerardi veniva
nominato Coordinatore Generale. Sotto la sua guida, si sono creati
spazi per la
partecipazione della società civile. Gli interventi puntuali di
denuncia e difesa delle vittime, nel
contesto
di abusi e impunità a causa di un sistema giudiziario corrotto e
inefficiente,
hanno assunto il valore di simbolo per la costruzione di una cultura
democratica e di piena vigenza dei diritti umani.
Riteniamo che anche a questo
impegno, tenace e coraggioso, da parte di Mons. Gerardi, si debba
l'Accordo
Globale sui Diritti Umani, firmato tra governo e guerriglia nel 1994, e
la
successiva creazione della "
Commissione
per il chiarimento storico delle violazioni ai diritti umani"
perpetrati negli ultimi 35 anni di storia guatemalteca.
Il 24
aprile 1995, viene presentato pubblicamente il
progetto interdiocesano "Recupero
della Memoria Storica" (REMHI), iniziativa della chiesa cattolica
in
appoggio al processo di pace. Mons. Gerardi ne è il
coordinatore. Più di 700
volontari, in maggioranza indigeni e contadini raccolgono in tutto il
paese
migliaia di testimonianze su fatti di violenza, nomi di vittime e di
carnefici.
Tre anni di lavoro, e un rapporto
finale presentato in cattedrale da Mons. Gerardi il 24 aprile 1998, due
giorni
prima di essere ucciso. Il 29 dicembre 1996, la firma dell'ultimo
capitolo del
lungo negoziato tra governo e guerriglia :
l'Accordo
Globale di Pace. In una lettera pastorale i vescovi mettevano in
guardia
dal considerare ormai chiusa la partita. "Urge una pace vera",
scrivevano.
Non
basta la firma di un Accordo, se ancora permangono
intatte le condizioni strutturali che hanno portato al conflitto armato.
"
Gli accordi di pace - diceva Mons.Gerardi, in
un'intervista che
aveva concesso tre anni prima -
non
costituiranno automaticamente la
fine della guerra. La
pace la dovremo
costruire dopo".
Con l'uccisione di Mons. Gerardi
tutto l'impegno, faticoso, fecondo, ma ancora fragile per rendere
autentica la
pace in Guatemala sembra subire una battuta d'arresto. I settori
economici,
politici e militari che ancora allungano ombre di morte su una speranza
di vita
da troppo poco rinata, tentano un impossibile ritorno al passato. La
strada
sarà ancora lunga, e forse più incerta. Ma molti altri,
oggi più di prima, sono
pronti, come lui, a raccogliere la sfida. Alla notizia dell'uccisione
di Mons.
Gerardi, ci è tornata alla mente una sua frase di saluto, alcuni
anni fa:
"Non preoccupatevi per me..." Oggi, quelle parole aiutano forse a
orientare il sentimento del dolore per la sua perdita nella prospettiva
indicata dalla sua vita, e dalla sua morte. Non c'era posto, in lui,
per la
rassegnazione. Ma la sfida era alta, e ha accettato di pagarne il
prezzo.
Considerava se stesso al servizio di una causa.
La sua
"preoccupazione", suggellata dal martirio, era contribuire a far
nascere una
pace vera,
fondata sulla
giustizia e sul riconoscimento della verità. Un'esistenza,
la sua,
intrecciata a quella del suo popolo, condannato al silenzio e quindi
espropriato del suo futuro.
Per i
poveri, considerati spazzatura dai potenti, ha alzato la voce. Loro
sono la sua
eredità.
Per questo ci sembra che il modo migliore per ricordarlo
sia continuare a lavorare per il suo popolo, alimentando il sogno di un
nuovo
Guatemala.
DIOCESI
DI SAN MARCOS - UFFICIO REMHI
(RECUPERACIÓN DE LA MEMORIA HISTORICA)
Il dipartimento di San Marcos
è
una regione di frontiera con il Messico, che si affaccia sull’oceano
Pacifico,
a
250 km
da Città del Guatemala, in cui abitano circa un milione di
persone, in
maggioranza indigeni. Il vescovo Mons. Alvaro Ramazzini ha dato un
grande
impulso ai vari uffici della Pastoral Social diocesani, in particolar
modo
all’ufficio locale del REMHI, che si occupa del recupero della memoria
storica
del popolo guatemalteco fin dal 1995. Va ricordato che nel 1996 vengono
finalmente firmati in Guatemala gli Accordi di Pace, che pongono fine a
36 anni
di guerra civile. Lunghi anni di terrore, soprattutto nel periodo che
va dal
1978 al
1984, in
cui sono morte più di 200.000 persone e in cui il numero dei
desaparecidos si
aggira intorno ai 40.000 (numero tristemente e di gran lunga maggiore
degli
scomparsi in Argentina o Cile durante gli anni della dittatura), mentre
coloro
che hanno dovuto abbandonare il proprio paese superano il milione e
mezzo.
Cifre terribili.
Ma ancor più terribile è pensare
che questa opera di sistematico genocidio prodotta dall’esercito,
responsabile
di più del 90% delle atrocità commesse nei 36 anni di
guerra civile, ha colpito
quasi esclusivamente le popolazioni indigene che vivono nelle aree
rurali in
condizioni di estrema povertà.
Tutti questi tristi dati sono il
frutto di un lungo, faticoso e coraggioso lavoro voluto dall’allora
Arcivescovo
di Città del Guatemala, Mons. Juan Gerardi, che nel 1994 aveva
proposto alla
Conferenza Episcopale del Guatemala di preparare uno studio sulla
violenza politica
nel paese e organizzare i propri archivi come contributo alla
Commissione per
la verità, creata dal governo per indagare sulle violazioni dei
diritti umani e
sui fatti di violenza di cui è stata vittima la popolazione
guatemalteca.
Nell’aprile del 1995 fu
presentato il Progetto Interdiocesano per il Recupero della Memoria
Storica,
quando il conflitto armato non si era ancora esaurito, prevedeva le
seguenti
tappe:
- preparazione,
- raccolta
delle testimonianze,
- studio
e analisi,
- restituzione
e continuazione.
Le varie Diocesi del paese
iniziarono le indagini sul loro territorio per valutare le violazioni
dei
diritti umani, dopo aver formato catechisti, animatori e personale
degli uffici
pastorali a raccogliere testimonianze nelle comunità, timorose
di aprirsi a
raccontare le tragedie vissute. Nel caso di San Marcos furono preparate
36
persone per lavorare sul campo e quasi la metà dei 29 municipi
del dipartimento
parteciparono al progetto, nonostante la cautela e i timori di molti
che non
aderirono al coraggioso progetto. Tutte le testimonianze raccolte in
questo
difficile compito erano trasmesse all’ufficio centrale del REMHI, che
il 24
aprile 1998 presentò i quattro tomi del Rapporto Guatemala -
Nunca Más
(disponibile in italiano, nella versione ridotta, edito da
Sperling&Kupfer).
Ma la notte del 26 aprile 1998,
Mons. Gerardi veniva barbaramente assassinato; il governo negò
la propria
complicità nell’assassinio, ma ha collaborato ben poco per
chiarirlo, tanto che
ancora oggi questo crimine rimane impunito. L’assassinio del principale
artefice del REMHI fu un duro colpo per tutto il progetto, ma
fortunatamente
ebbe un effetto di stimolo per la gente ad aprirsi e raccontare le
proprie
storie di violenze subite. Nonostante mille difficoltà, non solo
economiche, il
lavoro del REMHI continua ancora oggi, con l’obiettivo non tanto di
portare
casi davanti ai tribunali, bensì di promuovere altri tipi di
processi, come la
celebrazione della memoria e l’educazione alla pace o l’esumazione di
cimiteri
clandestini, la riparazione psicosociale e l’accompagnamento
psicologico delle
comunità colpite. Delle 11 Diocesi che collaborarono
inizialmente al progetto
REMHI solo 7 continuano oggi nel loro impegno di recupero della memoria
storica, lavorando con un’organizzazione a rete. Vi lavorano 4 persone,
più di
40 promotori che si occupano della coscientizzazione ed educazione
nelle
parrocchie e nelle comunità; si aggiungono ora due caschi
bianchi, obiettori in
servizio civile per Caritas Italiana. Le attività che ad oggi
svolge l’ufficio
del REMHI di San Marcos consistono in:
- mantenere viva la
memoria di Mons. Gerardi e continuare nell’esecuzione del progetto,
- redigere un
rapporto regionale per ottenere un quadro
più preciso sui tragici avvenimenti occorsi sul territorio
diocesano,
- collaborare con le
altre diocesi che portano avanti il progetto,
- promuovere le
esumazioni delle persone morte durante
il conflitto armato, poiché tali momenti possiedono una forte
valenza di
giustizia, sia come una forma di risarcimento psicologico, sia come
stimolo per
continuare nel recupero della memoria storica,
- recuperare la
dimensione comunitaria nelle popolazioni indigene, sulla base della
riconciliazione tra vittime e artefici di atti di violenza all’interno
delle medesime comunità, per poi facilitare l’esecuzione di
progetti di sviluppo,
- promuovere nelle
comunità la sensibilità e la cultura del rispetto dei
diritti umani,
- sensibilizzare i
giovani nelle scuole e nei gruppi parrocchiali, nonchè
trasmettere loro le informazioni raccolte nel lavoro di indagine,
- promuovere
un programma di accompagnamento e di
erogazione di borse di studio per i giovani sfollati con scarse
opportunità,
- promuovere un programma di
volontariato che consenta di conoscere il lavoro del REMHI e
condividere, collaborando, l’esperienza di recupero della memoria
storica.
Il lavoro del REMHI
ha pertanto
come punto di riferimento delle proprie attività il bisogno di
recuperare la
memoria storica del paese e trasmetterla al suo popolo, dal momento che
è
impossibile costruire un futuro di pace, senza prima intraprendere un
percorso
di giustizia e riconciliazione tra la sua gente.