Saremo...operatori di pace
   

Pace



INCONTRO DI PREGHIERA

"Saremo...operatori di pace"

MUSICA DI SOTTOFONDO
Si è concluso l’anno 2004, con una tragedia immane.
Il silenzio, in questo momento, è sacro.
Un silenzio di pietà per le vittime.
Un silenzio di comprensione per i sopravvissuti.
Il silenzio diventa pieno di preghiera.
Forse ci domandiamo: perché, Signore? La risposta possiamo trovarla soltanto alla luce della fede.
Il cuore si muove a compassione di tutti, ma la fiducia in Dio che è Padre ci fa pensare che Lui “abbatte e rialza”.
Il mondo si è mosso verso i sopravvissuti con tempestiva carità.
E’ quello che è venuto a portare Colui che è l’Incarnazione della verità: l’amore!

LETTURA: "Dal messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale della Pace del 2005"

Santo PadreAll'inizio del nuovo anno, torno a rivolgere la mia parola ai responsabili delle Nazioni ed a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che avvertono quanto necessario sia costruire la pace nel mondo. Ho scelto come tema per la Giornata Mondiale della Pace 2005 l'esortazione di san Paolo nella Lettera ai Romani: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (12,21). Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male.

LETTURA: "Dal Vangelo secondo Giovanni 1,1-18"

“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”.

Parola del Signore

LETTURA: “Dal quotidiano ‘Avvenire’ del 4-1-2005”

La tragedia del Sud-Est Asiatico di nuovo al centro della riflessione di Giovanni Paolo II nella prima Domenica dell'anno: “La fede ci insegna che anche nelle prove più difficili, il Padre non  ci abbandona

Sud Est Asiatico“Dio non ci abbandona mai”. Nemmeno “nelle prove più difficili e dolorose”, come il recente maremoto che ha sconvolto l’Asia. Anche Domenica scorsa, prima Domenica del 2005, Giovanni Paolo II é tornato a testimoniare la sua vicinanza alle vittime della catastrofe abbattutasi sull'Oceano Indiano. Una tragedia che ha profondamente colpito il Papa, che ha trascorso in preghiera anche la notte dell'ultimo dell'anno e più volte, dal giorno di Santo Stefano in avanti, ha invitato i fedeli a fare altrettanto. La prima Domenica del nuovo anno - ha dunque detto il Papa ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per il primo Angelus domenicale del 2005 - risuona nuovamente nella Liturgia il Vangelo del giorno di Natale: " Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Il Verbo di Dio è la Sapienza eterna, che opera nel cosmo e nella storia; Sapienza che nel mistero dell’Incarnazione si è rivelata pienamente, per instaurare un regno di vita, di amore e di pace”. “La fede poi - ha proseguito Giovanni Paolo II - insegna che anche nelle prove più difficili e dolorose, come nelle calamità che hanno colpito nei giorni scorsi il Sud-Est Asiatico, Dio non ci abbandona mai: nel mistero del Natale è venuto a condividere la nostra esistenza. Il Bambino di Betlemme è colui che, alla vigilia della sua morte redentrice, ci lascerà il comandamento di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amato. E’ nell’attuazione concreta di questo “suo” comandamento che  Egli fa sentire la sua presenza”. Ed è allora che «questo messaggio evangelico dà fondamento alla speranza di un mondo migliore a condizione che camminiamo nel “suo” amore. All’inizio di un nuovo anno - ha concluso - ci aiuti la Madre del Signore a fare nostro questo programma di vita”. Giovanni Paolo lI, che è stato tra i primi a voler manifestare anche concretamente la propria vicinanza alle popolazioni colpite, continua a tenersi costantemente informato sulla situazione e su quanto stanno facendo le organizzazioni cattoliche, in particolare quelle vaticane come Cor Unum, per alleviare le sofferenze delle vittime. “Dio forse ha voluto mettere alla prova la nostra capacità di essere solidali”, ha dichiarato in proposito il Cardinale Renato Martino, presidente  del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, in un'intervista a un quotidiano milanese. “Dinanzi a tragedie di questa dimensione, l’umanità sperimenta la sua impotenza.
Ma anche l’uomo di fede si trova nudo di fronte al mistero. Ti interroghi, domandi a Dio, ma infine devi accettare il mistero della sofferenza”.

AVE MARIA…

LETTURA: “Dal quotidiano ‘Avvenire’ del 31-12-2004”

“RICOMINCIARE”

Il Cardinal Ersilio Tonini:

 dal dramma lezione «provvidenziale»

Un Dio castigatore che si serve delle sciagure per punire gli uomini? Oppure un Dio indifferente, che si mantiene a distanza, che lascia scatenare le forze cieche delle natura senza preoccuparsi di intervenire? Niente di tutto questo. Nelle gigantesche onde dello tsunami che hanno travolto il Sud-Est Asiatico possiamo vedere, con gli occhi della fede, il misterioso segno del Dio della misericordia. Un Padre che guida la storia con mano provvidente e sa trarre il bene anche dai mali peggiori. Ne è convinto il Cardinale Ersilio Tonini, osservatore attento e appassionato che, alla luce della fede e della ragione, legge la realtà quotidiana nella prospettiva dell'infinito.

SoccorsiEminenza, entriamo nel 2005 con gli occhi colmi di orrore per questa devastante tragedia e sembra che non ci sia più spazio per la speranza. Quale indicazione trarre per il domani che ci attende?
Questa sciagura immensa, smisurata, accecante, è una vampata provvidenziale, uno sfolgorio di luce, per aiutarci a capire la verità del momento storico.

Non le sembra difficile cogliere raggi di luce in questo scenario di morte?
Certo, eppure possiamo farlo. Dobbiamo guardare lontano. Proviamo a pensare alla storia di questi ultimi secoli. Noi occidentali veniamo da epoche in cui abbiamo occupato il globo, magari rubandoci poi a vicenda la terra. Così abbiamo finito col perderci nei particolarismi. Abbiamo giocato con le contrapposizioni, con la meschinità degli interessi di bottega: uno Stato contro l’altro, un blocco contro l’altro. Questa sciagura immensa ci fa capire che l’uomo è chiamato a un destino universale, che ogni situazione di ingiustizia, in qualsiasi parte del mondo, ci riguarda da vicino, ci appartiene.

Era necessario contare le vittime a migliaia per ricordarci di questa responsabilità?
Da sempre, in ogni epoca, l’uomo ha avuto bisogno di richiami forti. Lo stesso succede in questo momento storico. Nel 1989, dopo la caduta delle dittature dell’Est, abbiamo immaginato un mondo tranquillo, normalizzato, governato dalle multinazionali e dalla tecnologia. Si pensava che sarebbe stato sufficiente ricorrere alle conoscenze scientifiche per volgere a nostro vantaggio tutte le forze dell’universo.

Idea che poi si è mostrata per quello che era: delirio di onnipotenza.
Certo, eravamo vittime di una visione poco lungimirante, incapace di scorgere qualcosa al di là degli interessi di parte. In questo modo eravamo in grandissimo ritardo sulla realtà. Adesso abbiamo aperto gli occhi.

Adesso? Intende dopo la tragedia del Sud-Est Asiatico?
Sì, soltanto adesso sentiamo il bisogno di correre, intervenire, verificare. Chi si è mai preoccupato dello sviluppo economico della Thailandia? Oppure dell’esistenza di un apparato di protezione civile in Indonesia? Ebbene, adesso abbiamo capito che anche questi aspetti, apparentemente lontanissimi dalla nostra vita, dai nostri interessi, dai nostri orizzonti, ci riguardano direttamente.

È esagerato parlare di un segno provvidenziale che, in modo imperscrutabile e misterioso, si rende evidente nella sciagura?
No, è proprio così. Questa ecatombe ci aiuta ad aprire gli occhi. Adesso ci rendiamo conto che non ce la faremo a vivere tranquillamente, da soli, isolati nelle nostre illusorie sicurezze, in un singolo Paese o anche in un singolo continente. La prossimità si fa più larga, il lontano diventa vicino.

Era già successo dopo l’11 settembre.
Sì, il crollo delle Torri Gemelle ci aveva indotto a sentirci tutti americani. Poi c'è stata la sciagura del terrorismo mondiale, la guerra in Iraq, il nostro trepidare per gli ostaggi catturati, talvolta uccisi, talvolta rilasciati.

Tutti eventi che hanno provocato sofferenze. Eppure in questa tragedia del Sud-Est Asiatico il nostro coinvolgimento emotivo sembra superiore.
Questo è il dato più significativo che sembra emergere in questi giorni e che mi sento di salutare come una conquista eccezionale. Sta nascendo un senso di appartenenza universale che ci fa trepidare non soltanto per le vittime italiane, ma per tutti i centomila e più scomparsi sotto le ondate del maremoto. Qui sta la novità positiva e anche il dato di speranza. La storia che fino adesso ci aveva diviso, sta mostrando tutta la sua miseria e ci obbliga a cogliere prospettive diverse. Prendiamo la guerra tra palestinesi e israeliani. Ebbene, dopo la tragedia del Sud-Est Asiatico, ci appare in tutta la sua assurdità.

In questa prospettiva di teologia della storia, sembrerebbe quasi che questa sciagura fosse necessaria.
In maniera solo apparentemente paradossale, possiamo dire di sì. Ma d’altra parte non è una novità. Nell'antica storia biblica le deportazioni sono state necessarie al popolo ebraico per capire il messaggio di salvezza di cui era depositario. Hitler, la tragedia del nazismo e il processo di Norimberga sono serviti per schiudere le porte a un’Europa diversa, fondata su un nuovo umanesimo. Certo, sono momenti che lasciano umanamente attoniti, ma che hanno cambiato la storia.

È Dio quindi che, attraverso le vie misteriose del dolore, suggerisce all’uomo di riorientare la storia, di modificare le sue scelte e i suoi interventi?
Certo, è Dio che governa la storia e, sotto la sua guida, sotto le sue sollecitazioni, siamo tutti chiamati a farci delle domande. Cosa dice lo Spirito Santo all’umanità di oggi? Dice che questa generazione ha un compito incredibile ma affascinante: liberarsi per sempre dai vecchi schemi, dalla logica suicida delle appartenenze e dei separatismi, degli interessi di bottega.

DisastriQuindi la tragedia dello tsunami diventa occasione per riflettere e per agire.
Sì, è davvero il caso di avviare una grande riflessione per capire che noi occidentali dobbiamo assumerci nuove responsabilità e aprire gli occhi sul mondo. Anche la politica gioca un ruolo fondamentale. Possibile che non ci si rendesse conto che quelle zone non erano protette, che l'ecosistema andava difeso da certi attacchi? Abbiamo dimenticato il destino di milioni di uomini e adesso ce ne accorgiamo a carissimo prezzo.

È questo il male necessario attraverso il quale Dio ci richiama alla nostra responsabilità?
Dio ci ha affidato la storia e la custodia del mondo ma, in questa occasione come in tante altre pagine buie dei secoli passati, abbiamo esercitato male la nostra responsabilità. Questa è una svolta decisiva per capire che la nostra posizione è inadeguata, che occorre un movimento universale delle coscienze se vogliamo cambiare le cose.

Lei è fiducioso?
Sì, lo slancio collettivo di solidarietà dopo la tragedia ci dice che la coscienza dell'umanità è ancora sana, intatta. Dobbiamo dire che nella sciagura accadono grandi episodi di bene, si scopre una generosità insospettata.

È sbagliato pensare che i grandi cambiamenti della società cominciano nei cuori di ciascuno di noi?
Tutt'altro. Grazie alle sue radici cristiane, la nostra civiltà ha da sempre intuito che il destino dell'umanità è unico. Come quando in una famiglia muore il padre, i fratelli devono assumere delle responsabilità. Noi, in questa tragedia, dobbiamo fare così e dobbiamo farlo capire ai nostri ragazzi. C'è un futuro che li aspetta.

Da una grande tragedia, dunque, una grande opportunità di rinascita.
Sì, questo è un momento di grande purificazione, come quelle tempeste estive che squarciano il cielo e poi lo lasciano più terso e più azzurro di prima. È Dio che ci offre questa grande opportunità. Aiutiamo con generosità chi ha bisogno del nostro aiuto, ma facciamo in modo che la carità non sia soltanto elemosina, ma sapienza, come ha fatto l’America a favore dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale. Questa è l'occasione che Dio ci offre per cambiare mentalità e per colmare un ritardo. Gridiamo a tutti la tragica bellezza di questo momento.

LETTURA: “Dal quotidiano ‘Avvenire’ del 5-1-2005”

Pronti a partire: “Tutto questo ci riguarda”

A migliaia i volontari offrono alla Caritas la dísponibilità a recarsi nelle zone colpite

VolontariNessun uomo è un'isola, intero in se stesso. (...) Ogni morte d'uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana, essa suona anche per te: le parole di John Donne stavolta devono star risuonando nella testa (o nel cuore) di tanti italiani. Visto che in qualche migliaio hanno già offerto alla Caritas nazionale (direttamente o attraverso le Caritas diocesane) la disponibilità a partire per il Sud-Est Asiatico. Volontari. Per andare ad aiutare quella gente. Donne e uomini dello stesso organismo ecclesiale sono rimasti decisamente sorpresi, stavolta, da quanta gente da tutta Italia ha fatto sapere di essere prontissima a muoversi per andare fin laggiù, in quelle condizioni, pur di fare la propria parte. Tanto sorpresi che su una scrivania - nello stanzone per le emergenze internazionali della Caritas italiana - c'è una sostanziosa cartellina, fra le tante, sul cui frontespizio è scritto col pennarello nero Disponibilità.

Una "vocazione"?

E proprio dentro quella cartellina c'è anche il nome di Luigi Ranzato, psicologo che ha superato i sessant’anni, è nato a Padova e vive a Trento. «È una specie di vocazione - spiega - o meglio una motivazione naturale, quella di volersi giocare per gli ultimi»: lui e stato un anno in Ruanda, dopo il genocidio, a lavorare con settecento bambini, e «un’esperienza come quella dà la sensazione di essere utili agli altri». Tanto più in un posto dell'Africa - aggiunge - «dove la cultura della relazione è molto più forte della nostra cultura individualista».

«Mi sento coinvolto»

Dunque si decide per vocazione di staccare con la propria vita per qualche mese e per correre verso chi ha subito una tragedia? «Non so. Personalmente è perché mi sento coinvolto da quanto successo», dice Marco Dell’Aquila, trentacinque anni, romano, biologo marino. Anche lui già con una lunga esperienza di volontario alle spalle, prima nei Balcani in fiamme e poi in Mozambico: «Aver visto la gente che soffre veramente, in qualche modo fa poi venire spontaneo dare la propria disponibilità. Perché, appunto, ci si sente coinvolti. E perché non è che quanto succede nel Sud-Est Asiatico non ci riguarda».

«Sono stati toccati i cuori»

Don Nino Caminiti è il direttore della Caritas di Messina e a lui in questi giorni si sono rivolti in parecchi spiegando di essere pronti a partire per i Paesi devastati dallo tsunami: «Guardi, proprio adesso - racconta al telefono - ho ricevuto la disponibilità di tre persone, un seminarista frate minore di ventitré anni e due medici di quaranta e cinquant’anni». Sono pronti a partire «penso perché provino un senso forte di solidarietà, non solo per “sentirsi utili”, visto che questo si può provare anche restando semplicemente qui». Forse - va ancora avanti Don Nino - perché «certe immagini hanno toccato molto i cuori», forse perché «qui a Messina è ancora forte il ricordo del violentissimo terremoto del 1908 e soprattutto della gente che da fuori arrivò per aiutarci». E probabilmente, infine, perché «ci si sente parte integrante di quei popoli che stanno vivendo quella tragedia».

Anche fra qualche mese

La disponibilità che ha offerto questa gente è sempre a partire immediatamente, eppure non vuol dire che magari fra qualche mese non rimanga la stessa: “È logico - dice ancora Marco Dell’Aquila - che se la richiesta di andare lì dovesse arrivarmi molto più avanti la valuterei comunque e, se ci fosse necessità di andare, partirei. Ormai sono anni che collaboro coi progetti della Caritas italiana e romana. Lo ripeto: credo che questa tragedie siano cose che mi riguardano».

mUSICA DI SOTTOFONDO

PADRE NOSTRO…

“Preghiera semplice”

Signore, fa di me
uno strumento della Tua Pace:

Dove è odio, fa ch'io porti l'Amore,
Dove è offesa, ch'io porti il Perdono,
Dove è discordia, ch'io porti l'Unione,
Dove è dubbio, ch'io porti la Fede,
Dove è errore, ch'io porti la Verità,
Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza,
Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia,
Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

Maestro, fa che io non cerchi tanto
Ad esser consolato, quanto a consolare;
Ad essere compreso, quanto a comprendere;
Ad essere amato, quanto ad amare.

Poiché, così è:
Dando, che si riceve;
Perdonando, che si è perdonati;
Morendo, che si risuscita a Vita Eterna.

San Francesco d’Assisi
 
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