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Saremo...operatori di pace
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Il Cardinal
Ersilio Tonini:
Eminenza, entriamo nel 2005 con gli occhi colmi di orrore
per questa
devastante tragedia e sembra che non ci sia più spazio per la
speranza. Quale
indicazione trarre per il domani che ci attende?
Questa sciagura immensa, smisurata, accecante, è
una vampata provvidenziale, uno sfolgorio di luce, per aiutarci a
capire la
verità del momento storico.
Idea che poi si è
mostrata per quello che era: delirio di onnipotenza.
Certo,
eravamo vittime di una visione poco
lungimirante, incapace di scorgere qualcosa al di là degli
interessi di parte.
In questo modo eravamo in grandissimo ritardo sulla realtà.
Adesso abbiamo
aperto gli occhi.
Adesso?
Intende dopo la tragedia del Sud-Est Asiatico?
Sì, soltanto adesso sentiamo il bisogno di correre,
intervenire, verificare. Chi si è mai preoccupato dello sviluppo
economico
della Thailandia? Oppure dell’esistenza di un apparato di protezione
civile in
Indonesia? Ebbene, adesso abbiamo capito che anche questi aspetti,
apparentemente lontanissimi dalla nostra vita, dai nostri interessi,
dai nostri
orizzonti, ci riguardano direttamente.
È
esagerato parlare di un segno provvidenziale che, in modo
imperscrutabile e misterioso, si rende evidente nella sciagura?
No, è proprio così. Questa ecatombe ci aiuta
ad
aprire gli occhi. Adesso ci rendiamo conto che non ce la faremo a
vivere
tranquillamente, da soli, isolati nelle nostre illusorie sicurezze, in
un
singolo Paese o anche in un singolo continente. La prossimità si
fa più larga,
il lontano diventa vicino.
Era già successo
dopo l’11 settembre.
Sì, il crollo delle Torri Gemelle ci aveva indotto
a sentirci tutti americani. Poi c'è stata la sciagura del
terrorismo mondiale,
la guerra in Iraq, il nostro trepidare per gli ostaggi catturati,
talvolta
uccisi, talvolta rilasciati.
Tutti
eventi che hanno provocato sofferenze. Eppure in questa tragedia del
Sud-Est
Asiatico il nostro coinvolgimento emotivo sembra superiore.
Questo
è
il dato più significativo che sembra emergere in questi giorni e
che mi sento
di salutare come una conquista eccezionale. Sta nascendo un senso di
appartenenza universale che ci fa trepidare non soltanto per le vittime
italiane, ma per tutti i centomila e più scomparsi sotto le
ondate del
maremoto. Qui sta la novità positiva e anche il dato di
speranza. La storia che
fino adesso ci aveva diviso, sta mostrando tutta la sua miseria e ci
obbliga a
cogliere prospettive diverse. Prendiamo la guerra tra palestinesi e
israeliani.
Ebbene, dopo la tragedia del Sud-Est Asiatico, ci appare in tutta la
sua
assurdità.
In questa
prospettiva di teologia della storia, sembrerebbe quasi che questa
sciagura
fosse necessaria.
In maniera
solo
apparentemente paradossale, possiamo dire di sì. Ma d’altra
parte non è una
novità. Nell'antica storia biblica le deportazioni sono state
necessarie al
popolo ebraico per capire il messaggio di salvezza di cui era
depositario.
Hitler, la tragedia del nazismo e il processo di Norimberga sono
serviti per
schiudere le porte a un’Europa diversa, fondata su un nuovo umanesimo.
Certo,
sono momenti che lasciano umanamente attoniti, ma che hanno cambiato la
storia.
È
Dio quindi che, attraverso le vie misteriose del dolore, suggerisce
all’uomo di riorientare la storia, di modificare le sue scelte e i suoi
interventi?
Certo,
è Dio che governa la storia e, sotto la sua guida, sotto le sue
sollecitazioni, siamo tutti chiamati a farci delle domande. Cosa dice
lo Spirito Santo all’umanità di oggi? Dice che questa
generazione ha un compito incredibile ma affascinante: liberarsi per
sempre dai vecchi schemi, dalla logica suicida delle appartenenze e dei
separatismi, degli interessi di bottega.
È
questo
il male necessario attraverso il quale Dio ci richiama alla nostra
responsabilità?
Dio ci ha
affidato la
storia e la custodia del mondo ma, in questa occasione come in tante
altre
pagine buie dei secoli passati, abbiamo esercitato male la nostra
responsabilità. Questa è una svolta decisiva per capire
che la nostra posizione
è inadeguata, che occorre un movimento universale delle
coscienze se vogliamo
cambiare le cose.
Lei
è fiducioso?
Sì, lo slancio collettivo di solidarietà dopo
la
tragedia ci dice che la coscienza dell'umanità è ancora
sana, intatta. Dobbiamo
dire che nella sciagura accadono grandi episodi di bene, si scopre una
generosità insospettata.
È
sbagliato pensare che i grandi cambiamenti della società
cominciano
nei cuori di ciascuno di noi?
Tutt'altro.
Grazie alle sue radici cristiane, la
nostra civiltà ha da sempre intuito che il destino
dell'umanità è unico. Come
quando in una famiglia muore il padre, i fratelli devono assumere delle
responsabilità. Noi, in questa tragedia, dobbiamo fare
così e dobbiamo farlo
capire ai nostri ragazzi. C'è un futuro che li aspetta.
Da
una grande tragedia, dunque, una grande opportunità di rinascita.
Sì, questo è un momento di grande
purificazione,
come quelle tempeste estive che squarciano il cielo e poi lo lasciano
più terso
e più azzurro di prima. È Dio che ci offre questa grande
opportunità. Aiutiamo
con generosità chi ha bisogno del nostro aiuto, ma facciamo in
modo che la
carità non sia soltanto elemosina, ma sapienza, come ha fatto
l’America a
favore dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale. Questa è
l'occasione che
Dio ci offre per cambiare mentalità e per colmare un ritardo.
Gridiamo a tutti
la tragica bellezza di questo momento.
LETTURA: “Dal
quotidiano ‘Avvenire’ del 5-1-2005”
Pronti a
partire: “Tutto questo ci riguarda”
A migliaia i volontari offrono alla Caritas la dísponibilità a recarsi nelle zone colpite
Nessun uomo
è un'isola, intero in se stesso. (...) Ogni morte d'uomo mi
diminuisce perché io partecipo dell’umanità. E
così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana, essa
suona anche per te: le parole di John Donne stavolta devono star
risuonando nella testa (o nel cuore) di tanti italiani. Visto che in
qualche migliaio hanno già offerto alla Caritas nazionale
(direttamente o attraverso le Caritas diocesane) la
disponibilità a partire per il Sud-Est Asiatico. Volontari. Per
andare ad aiutare quella gente. Donne e uomini dello stesso organismo
ecclesiale sono rimasti decisamente sorpresi, stavolta, da quanta gente
da tutta Italia ha fatto sapere di essere prontissima a muoversi per
andare fin laggiù, in quelle condizioni, pur di fare la propria
parte. Tanto sorpresi che su una scrivania - nello stanzone per le
emergenze internazionali della Caritas italiana - c'è una
sostanziosa cartellina, fra le tante, sul cui frontespizio è
scritto col pennarello nero Disponibilità.
Una
"vocazione"?
E proprio
dentro quella cartellina c'è anche il
nome di Luigi Ranzato, psicologo che ha superato i sessant’anni,
è nato a
Padova e vive a Trento. «È una specie di vocazione -
spiega - o meglio una
motivazione naturale, quella di volersi giocare per gli ultimi»:
lui e stato un
anno in Ruanda, dopo il genocidio, a lavorare con settecento bambini, e
«un’esperienza come quella dà la sensazione di essere
utili agli altri». Tanto
più in un posto dell'Africa - aggiunge - «dove la cultura
della relazione è
molto più forte della nostra cultura individualista».
«Mi
sento coinvolto»
Dunque si
decide per vocazione di staccare con la
propria vita per qualche mese e per correre verso chi ha subito una
tragedia?
«Non so. Personalmente è perché mi sento coinvolto
da quanto successo», dice
Marco Dell’Aquila, trentacinque anni, romano, biologo marino. Anche lui
già con
una lunga esperienza di volontario alle spalle, prima nei Balcani in
fiamme e
poi in Mozambico: «Aver visto la gente che soffre veramente, in
qualche modo fa
poi venire spontaneo dare la propria disponibilità.
Perché, appunto, ci si
sente coinvolti. E perché non è che quanto succede nel
Sud-Est Asiatico non ci
riguarda».
«Sono stati toccati i cuori»
Anche fra qualche mese
“Preghiera semplice”
Signore,
fa di me
uno strumento della Tua Pace:
Dove
è odio, fa ch'io porti l'Amore,
Dove è offesa, ch'io porti il Perdono,
Dove è discordia, ch'io porti l'Unione,
Dove è dubbio, ch'io porti la Fede,
Dove è errore, ch'io porti la Verità,
Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza,
Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia,
Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.
Maestro,
fa che io non cerchi tanto
Ad esser consolato, quanto a consolare;
Ad essere compreso, quanto a comprendere;
Ad essere amato, quanto ad amare.
Poiché, così è:
Dando, che si riceve;
Perdonando, che si è perdonati;
Morendo, che si risuscita a Vita Eterna.
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