Quante volte
ci siamo sentiti ripetere che i ritmi
della vita moderna sono diventati ormai insostenibili, così
rapidi da far
perdere quasi l’orientamento. I momenti di riflessione, o solamente di
pausa,
sono diventati rari come trovare un isola veramente deserta nel Mar dei
Caraibi. Succede però
che anche le constatazioni più
sacrosante quando ci vengono ripetute continuamente, rischiano di
diventare
banali. Per
fare in modo che, ciò che sembra essere
diventato un luogo comune, è in realtà una verità
bisogna vivere determinati
momenti e sensazioni in prima persona. Mi è capitato così
quando ho accettato
l’invito a partecipare alle riunioni di un gruppo di giovani
universitari che
insieme condividono piccole o grandi esperienze di vita, stati d’animo
esaltanti o tristi, azioni lodevoli o errori che fanno arrossire. Ecco allora
che quella riflessione, ormai
banalizzata, riacquista il suo vero valore. Così le situazioni
davvero
rilevanti recuperano la loro valenza, gli esseri umani riprendono la
loro
dimensione reale e si accantonano tutte le circostanze apparentemente
gigantesche, ma che in realtà sono solo la cornice della nostra
esistenza.
Cos’è una piccola crisi sentimentale giovanile di fronte ai
gravi problemi che
una famiglia può trovarsi a dover superare? Cosa sono le nostre
piccole rinunce
a oggetti a volte inutili al cospetto di chi si trova a dover
rinunciare alla
propria dignità? Cosa sono i nostri problemi universitari in
confronto ai gravi
problemi di salute che molte persone sono costrette a superare? Molte
volte abbiamo ascoltato lunghi discorsi di
accusa nei confronti della società moderna accusata di essere
protagonista di
moltissime nefandezze. A volte non mi sono trovato d’accordo con questi
capi
d’accusa, ma credo che uno dei veri gravi problemi della
contemporaneità sia il
ribaltamento dei criteri di valutazione. Ciò che è
inutile diviene
indispensabile, il superfluo considerato necessario; chi è
disposto al perdono
o alla comprensione visto come un debole, chi è spietato visto
come un forte.
Il rimedio a questa tendenza credo sia proprio nel dialogo e nel
confronto.
Ognuno di noi dovrebbe dedicare a queste attività almeno un’ora
della nostra
giornata. Le storie che si ascoltano sono il miglior modo per capire
noi stessi,
senza giudicare chi racconta ma solo cercando di proiettare quel
momento di
vita comune nella nostra esistenza per poter immaginare la nostra
reazione e,
quella si, giudicarla cercando sempre di migliorarsi. È questo
quello che cerco
di fare durante quegli incontri indispensabili per renderci cristiani,
ma
soprattutto uomini e donne migliori.