“Dagli Atti
degli Apostoli 10,1-28; 11,18”
“C'era in Cesarèa un uomo di
nome Cornelio, centurione della coorte Italica, uomo pio e timorato di
Dio con
tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava
sempre Dio.
Un giorno verso le tre del pomeriggio vide chiaramente in visione un
angelo di
Dio venirgli incontro e chiamarlo: «Cornelio!». Egli lo
guardò e preso da
timore disse: «Che c'è, Signore?». Gli rispose:
«Le tue preghiere e le tue
elemosine sono salite, in tua memoria, innanzi a Dio. E ora manda degli
uomini
a Giaffa e fa' venire un certo Simone detto anche Pietro. Egli è
ospite presso
un tal Simone conciatore, la cui casa è sulla riva del
mare». Quando l'angelo
che gli parlava se ne fu andato, Cornelio chiamò due dei suoi
servitori e un
pio soldato fra i suoi attendenti e, spiegata loro ogni cosa, li
mandò a
Giaffa.
Il giorno dopo, mentre essi
erano per via e si avvicinavano alla città, Pietro salì
verso mezzogiorno sulla
terrazza a pregare. Gli venne fame e voleva prendere cibo. Ma mentre
glielo
preparavano, fu rapito in estasi. Vide il cielo aperto e un oggetto che
discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi.
In essa
c'era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del
cielo.
Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro,
uccidi e mangia!». Ma
Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai
mangiato nulla di
profano e di immondo». E la voce di nuovo a lui:
«Ciò che Dio ha purificato, tu
non chiamarlo più profano». Questo accadde per tre volte;
poi d'un tratto
quell'oggetto fu risollevato al cielo. Mentre Pietro si domandava
perplesso tra
sé e sé che cosa significasse ciò che aveva visto,
gli uomini inviati da
Cornelio, dopo aver domandato della casa di Simone, si fermarono
all'ingresso.
Chiamarono e chiesero se Simone, detto anche Pietro, alloggiava
colà. Pietro
stava ancora ripensando alla visione, quando lo Spirito gli disse:
«Ecco, tre
uomini ti cercano; alzati, scendi e va' con loro senza esitazione,
perché io li
ho mandati». Pietro scese incontro agli uomini e disse:
«Eccomi, sono io quello
che cercate. Qual è il motivo per cui siete venuti?».
Risposero: «Il centurione
Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutto il popolo dei
Giudei,
è stato avvertito da un angelo santo di invitarti nella sua
casa, per ascoltare
ciò che hai da dirgli». Pietro allora li fece entrare e li
ospitò.
Il
giorno seguente si mise in viaggio con loro e alcuni fratelli di
Giaffa lo accompagnarono. Il giorno dopo arrivò a
Cesarèa. Cornelio stava ad
aspettarli ed aveva invitato i congiunti e gli amici intimi. Mentre
Pietro
stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi
piedi per
adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Alzati: anch'io
sono un uomo!». Poi,
continuando a conversare con lui, entrò e trovate riunite molte
persone disse
loro: «Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o
incontrarsi con
persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire
profano o
immondo nessun uomo. «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che
si convertano
perché abbiano la vita!»”.
Parola
di Dio
domande
SteLLARI
Chi
sono le persone che io considero più diverse da me? Come le
può
vedere Dio?
è successo anche a:
“Frate
Christian de Chergè””
Priore del monastero trappista di Notre Dame de
l'Atlas a
Tibhirine, in Algeria, rapito con tutti i suoi monaci la notte tra il
26 e il
27 marzo 1996 da terroristi armati e sgozzato il 21 maggio. In
previsione di
una simile morte aveva scritto un testamento.
“Testimonianza di un perdono: testamento di un monaco”
Se
mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del
terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che
vivono in
Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia
famiglia si
ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. (…)
Venuto il
momento, vorrei avere quell'attimo di lucidità che mi
permettesse di
sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in
umanità, e nel
tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non
potrei
auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo,
infatti,
come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia
indistintamente
accusato del mio assassinio. Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella
che,
forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un
algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in
fedeltà a ciò che
crede essere l'Islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati
a circondare
gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'Islam che
un certo
islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la
coscienza
identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi
estremisti.
L'Algeria e l'Islam, per me, sono un'altra cosa: sono un corpo e
un'anima (...)
Evidentemente, la mia morte sembrerà dare ragione a quelli che
mi hanno
rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che
ne
pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata
la mia più
lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio,
immergere il mio sguardo
in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell'Islam
come lui
li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua
passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta
sarà sempre lo
stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le
differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro,
io rendo
grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia,
attraverso
e nonostante tutto. In questo grazie in cui tutto è detto,
ormai, della mia
vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di
qui,
accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli
(…) E
anche te, amico dell'ultimo minuto, che non avrai saputo quel che
facevi. Sì,
anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E
che ci
sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio
Padre nostro,
di tutti e due. Amen!
provaci:
“Rinunciare
per la libertà”
CANZONE:
“Dipendenza”
(di Daniele Silvestri)
|
Visti da qui
siamo così
piccoli
coriandoli coloratissimi
chiusi così dentro a quei
giocattoli
rettangoli
ordinatissimi.
Vorrei sapere rinunciare
al campionato in corso
tenere spento il cellulare
per un bel po’ di tempo
nessuna
sigaretta e niente
fretta.
Rit.
Combattere la
propria dipendenza
riuscire
in qualche modo a fare senza
capire
dove sta la differenza
tra il
vizio e l'esigenza
è
una questione di coerenza
|
|
|
Visti
da qui siamo quasi comici
convinti
di essere unici
persi
così dentro i nostri calcoli
colpevoli
ma inarrestabili
vorrei
sapermi scollegare dalla rete intorno
avere
altro a cui pensare
che
a un aggiornamento
nessun
telecomando mi
raccomando. Rit.
Ma
quanto tempo è che non ti manco un pò?
Vorrei
poterti confessare le mie debolezze
saperti
offrire solamente quello che ci serve
e
non telefonarti se sono triste. Rit.
|
Ci
sono delle dipendenze che mi impediscono di camminare insieme agli
altri?
Che mi isolano? Ma quali?
Posso rinunciarvi?
preghiera: “Tonino Bello”
|
Voglio
ringraziarti, Signore,
per il dono della vita.
Ho letto da qualche parte
che gli uomini sono angeli
con un’ala soltanto:
possono volare solo
rimanendoti abbracciati.
A volte nei momenti di confidenza,
oso pensare, Signore, che anche tu
abbia un’ala soltanto.
L’altra la tieni nascosta:
forse per farmi capire
che tu non vuoi volare senza di
me.
Per questo mi hai dato la vita:
perché io fossi tuo compagno
di
volo.
Insegnami, allora, a librarmi con
te.
Perché vivere
non è “trascinare la vita”,
non è “strappare la vita”,
non è “rosicchiare la vita”.
Vivere è abbandonarsi,
come un gabbiano, all’ebbrezza del
vento.
Vivere è assaporare l’avventura
della libertà.
Vivere è stendere l’ala,
l’unica
ala,
con
la fiducia di chi sa di
avere nel volo
un partner grande come te!
|
|