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Iconografia mariana
IL SEPPELLIMENTO DELLA VERGINE
di Duccio di Boninsegna
A cura di padre Gianni Colosio
“Gli apostoli portarono il prezioso corpo della gloriosissima signora
nostra, la teotoco e sempre vergine Maria, e lo deposero nella tomba nuova
che era stata loro indicata dal Salvatore; e quivi rimasero tutti insieme
vegliandolo per tre giorni” .
Questo il breve commento dell’apocrifo a cui si è rifatto Duccio
per la tavoletta conclusiva delle Storie della Vergine. La composizione
ricalca significativamente lo schema del Seppellimento di Cristo. Aiutandosi
col lenzuolo funebre, gli Apostoli calano nel sepolcro la salma. I loro
corpi riversi formano un’onda che raggiunge l’apice sopra il capo della
defunta. La palma che Giovanni inginocchiato regge verticalmente, sembra
alludere alla ormai imminente assunzione al cielo della Madre di Dio. Anche
la natura pare scostarsi per fare spazio alla sua elevazione: le alture
rocciose sprofondano al centro della composizione come ad aprire un corridoio
aereo, delimitato da due alberi dal fusto svettante, che incornici degnamente
il corpo glorioso che si appresta a raggiungere il Figlio nella gloria
del Regno celeste. Poiché ogni separazione dalla persona amata è
causa di mestizia, il pittore è attento a stampare sui volti degli
Apostoli, fissi sulla Madre di Cristo, espressioni pensose e malinconiche
che raggiungono il punto più intenso nell’Apostolo che affiora oltre
Pietro, curvo sopra il capo di Maria; turbato, si porta la mano alla bocca
e per reprimere i singhiozzi e per significare il lacerante rammarico di
perdere, dopo il Maestro, la madre sua, colei che, intrepida, li ha sorretti
nei giorni della Passione, li ha accompagnati fino alla Pentecoste e li
ha spiritualmente assistiti nelle prime missioni evangelizzatrici. Anche
l’oro del firmamento sembra preludere alla gloria della Theotokos.
Due parole circa l’origine del dogma dell’Assunzione. Pur non essendoci,
nei primi tempi della Chiesa, alcun riferimento al destino finale della
Vergine, già alla fine del secolo IV si sviluppò la convinzione,
espressa ad esempio da Efrem Siro e Timoteo di Gerusalemme, che il suo
corpo non avesse conosciuto il disfacimento della morte. Risalgono alla
fine del secolo V i più antichi apocrifi sul Transito di Maria secondo
i quali ella avrebbe avuto il privilegio di una morte singolare. Nel secolo
VI l’imperatore Maurizio decretava per il 15 agosto la celebrazione liturgica
del Transito; le chiese copta, abissina, siriaco-giacobita fecero altrettanto.
Naturalmente le opinioni non erano sempre concordanti: “Mentre in alcune
formule emerge chiara, anche se non completamente espressa, l’idea dell’assunzione,
in altre è negata e viene espressa solamente l’idea dell’incorruzione
del corpo verginale di Maria. Ma la maggioranza di esse non esprime in
modo chiaro l’idea di una assunzione di Maria, così come è
concepita oggi dalla teologia ed è espressa dalla formula del dogma,
mentre è esplicitamente proclamata la morte gloriosa della madre
del Signore” [2]. Dal secolo VII al IX si moltiplicarono, prima in Oriente
e poi in Occidente, le testimonianze di autorevoli dottori e teologi a
favore dell’assunzione corporea. La prima petizione ufficiale alla Santa
Sede per la definizione dogmatica dell’Assunzione, risale al secolo XVIII;
la inoltrò un Servita (Cesario Shguanin); l’iniziativa fu imitata
da molti altri cattolici tra cui Isabella di Spagna (1863). La pubblicazione,
nel 1942, di tutte le petizioni (conservate nell’Archivio segreto del Sant’Ufficio)
ad opera di due Gesuiti (Hentrich e De Moos) accelerarono lo sviluppo di
un imponente movimento assunzionista. Sollecitato dalle richieste provenienti
da ogni parte del mondo cattolico, nel 1946 Pio XII inviava un documento
a tutti i vescovi col quale chiedeva la loro opinione in proposito. Avendo
avuto risposta affermativa e unanime, con la Costituzione Apostolica Munificentissimus
Deus (1 novembre 1950) Pio XII definiva dogma di fede l’Assunzione di Maria
in corpo e anima .