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Iconografia mariana
La Vergine-Madre mostrata all'imperatore Augusto dalla Sibilla Tiburtina di Girolamo Mazzola Bedoli

A cura di P. Gianni Colosio

Nell'inesauribile patrimonio iconografico mariano si rintracciano addirittura temi ispirati a profezie del mondo pagano. La Chiesa ha tollerato tale uso, quando non era in contrasto coi dogmi cristiani: 'E d'altra parte, come si usavano le profezie della Bibbia per convincere gli Ebrei che nella Bibbia credevano, perché non usare le profezie delle Sibille nell'argomentare coi pagani, che in quelle profezie credevano?'.
Jacopo da Varagine ha tramandato l'episodio nella sua Legenda Aurea: 'Narra papa Innocenzo III che il senato voleva adorare come un dio Ottaviano per aver riunito e pacificato tutto il mondo; ma il prudente imperatore non volle usurpare il nome di immortale poiché ben sapeva di essere come uomo, mortale. Insistevano i senatori nel loro proposito onde Ottaviano interrogò la Sibilla per sapere se mai sarebbe nato nel mondo qualcuno più grande di lui. Era il giorno della Natività di Cristo e la Sibilla si trovava in una stanza, sola con l'imperatore: ed ecco apparire un cerchio d'oro attorno al sole e in questo cerchio una vergine bellissima con un fanciullo in grembo. La Sibilla mostrò questo portento all'imperatore: mentre costui teneva gli occhi fissi alla visione sentì una voce che diceva: - Questa è l'ara del cielo! -. Esclamò allora la Sibilla: - Questo fanciullo è più grande di te; adoralo -. La stanza dove avvenne tale fatto è stata poi consacrata alla Madonna ed ora si chiama Santa Maria Ara Coeli. Timoteo ci dice di aver trovato negli antichi libri romani lo stesso fatto raccontato in modo diverso: dopo trentacinque anni di regno, Ottaviano salì in Campidoglio e chiese agli dei chi avrebbe retto l'impero dopo di lui. Udì in risposta queste parole: - Un fanciullo celeste, figlio del Dio vivente, nato da una vergine immacolata -. Ottaviano fece allora costruire un altare e vi fece scolpire queste parole: - Questo è l'altare del figlio del Dio vivente - (...)'2.
Come ricorda Jacopo da Varagine, nel sito occupato dall'ara voluta dall'imperatore i cristiani edificarono una chiesa denominata Santa Maria in Ara Coeli (tuttora esistente, sul colle del Campidoglio, sebbene rifatta in epoca posteriore); Cavallini vi aveva eseguito un celebre affresco, illustrante appunto l'apparizione celeste all'imperatore. L'affresco, purtroppo distrutto nel 1686, è ricordato da Giorgio Vasari che così lo descrive: '(...) la nostra Donna col Figliuolo in braccio circondata da un cerchio di sole, e a basso Ottaviano imperador, al quale la sibilla Tiburtina mostrando Gesù Cristo, egli l'adora'3.
Gli artisti che hanno ripreso il tema (tra cui R.Van der Weyden, Baldassarre Peruzzi, Konrad Witz, Garofalo) hanno rispettato lo schema compositivo del Cavallini. Bedoli4 lo modifica sostituendo all'iconografia della Vergine-madre quella dell'Immacolata.
Nella sezione celeste giganteggia la figura di Maria interpretata come idea purissima di Dio suffragata dalle due scritte sapienziali tracciate sul basamento delle colonne fiancheggianti la pala (non visibili nella riproduzione): 'Necdum erant abyssi et ego iam concepta eram' e 'Ante omnes colles parturiebar'5. L'Immacolata è posta su una coltre di nubi e circondata da foschi nembi che occultano in parte gli splendori dell'empireo abitati da schiere di putti angelici. È rivestita di una tunica che scende in flessuosi panneggi e di un manto di broccato che le conferisce grandiosa plasticità. Il grembo tondeggiante ed i seni pronunciati alludono alla sua maternità. In quanto Regina, con la sinistra regge lo scettro, sormontato dalla Stella matutina (come la stella polare precede il sorgere del sole così la Donna di Nazaret ha preceduto la venuta del Salvatore). Due angioletti reggono l'uno la palma - alludente a Maria come Palma exaltata in Cades - e l'altro la corona di dodici stelle, emblema della donna dell'Apocalisse sotto la cui figura la tradizione cristiana ha ravvisato la Madre di Cristo.
Ai piedi dell'Immacolata si snoda la visione del Foro Romano ornato di templi e di statue, tra cui quelle di Adamo ed Eva collocate su basamenti a forma di ara. Dominanti la parte centrale della composizione, i progenitori hanno il sembiante di statue pagane. Eva che porge il frutto proibito al compagno rimanda alla promessa - fatta da Dio ai progenitori dopo la trasgressione - della nuova Eva, Maria, che grazie al frutto del suo grembo sconfiggerà le forze del male che li avevano indotti al peccato. Lo stesso concetto è richiamato dalla statua di Mosè eretta sul bacile della fontana posta al centro della piazza: fu infatti nel tempo del grande legislatore ebraico che venne scritta la promessa divina riguardante l'Immacolata: 'Porrò inimicizia tra te e la donna, la tua discendenza e la discendenza di lei'. Fu sempre Mosè che fece scaturire l'acqua viva dalla roccia, simbolo di Maria, purissima creatura uscita da un'umanità corrotta.
Davanti alla statua di Adamo è collocato il gruppo con l'imperatore. Assiso su di una sedia curule, egli sta commentando coi propri dignitari il libro delle profezie sibilline aperto davanti a sé, e con una mano indica la Sibilla di Tivoli. Uno dei dignitari è inchinato a compulsare la profezie, altri conversano con due compagne della Sibilla. Scortato da un'ancella della Sibilla, un quarto dignitario si allontana, incredulo, e a lui si rivolge una madre, seduta col figlio in braccio, per chiedergli se la profezia sibillina abbia un fondamento di verità. Oltre il basamento della statua di Eva si profilano due donne reggenti sul capo delle tortore. Dietro la grande colonna del margine destro spia una madre col suo bambino; questi ha in mano una frasca che una pecora e un montone - probabile allusione ai sacrifici animali che si compivano nel Foro - brucano con avidità.
Nella figura maschile seduta per terra e in primissimo piano è ritratto il pittore stesso. Poiché è rivolto allo spettatore e addita la composizione egli sembra affermare che il significato del dipinto è scritto sul volumen sibillino che trattiene con la mano sinistra.

La complessità formale della composizione bedoliana è un esempio paradigmatico delle deformazioni operate dalla pittura manierista sulla compattezza strutturale delle pale rinascimentali: la scena si è scomposta in più nuclei narrativi, disgregato è il rapporto prospettico-spaziale e, con esso, le relazioni tra i personaggi. Più che appagare il senso estetico, la pala del Bedoli acuisce l'intelligenza del guardante sollecitandolo a scoprire nella complessa stratificazione del dipinto i riferimenti alla Vergine, svettante nella sua trasfigurata bellezza.
 

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1 G.M. Toscano, La Madonna in mente Dei, vol.I, Pellerzi Ed., p.54.
2 Legenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina, p.52s.
3 Vasari, Le Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, G.T.E Newton, p.198.
4 Mazzola Bedoli (Viadana 1550 circa - Parma 1569) è cugino del pittore Parmigianino (Francesco Mazzola, Parma 1503 - Casalmaggiore di Cremona 1540) del quale assunse il cognome. L'arte del Bedoli si distingue per l'intellettualistica eleganza formale, sull'esempio del cugino e della pittura manieristica emiliana. I suoi lavori più conosciuti sono gli affreschi eseguiti a Parma nel Duomo e nella chiesa della Steccata.